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Sindona Marcinkus: Il tandem di ferro

Il tandem di ferro: così il componente della commissione P2 Giorgio Pisanò titolò il suo resoconto su Sindona e Marcinkus

Sindona Marcinkus: Il tandem di ferro

Nella relazione di minoranza della commissione P2 del senatore Giorgio Pisanò si parla di due illustri quanto potenti personaggi: Michele Sindona (tessera 0501), banchiere e uomo d’affari siciliano e dell’arcivescovo Paul Marcinkus, presidente dal 1971 al 1989 dell’Istituto per le Opere di Religione (IOR), la banca del Vaticano.  Il relatore titolò il resoconto dei rapporti che i due ebbero: Sindona Marcinkus: Il tandem di ferro

Entrambi sono più volte citati, con diverse responsabilità, in diversi atti della commissione che indagò su alcuni fatti che videro la loggia di Gelli coinvolta. Il “tandem” di ferro Sindona Marcinkus è il titolo del primo capitolo della relazione sulla P2 dell’onorevole Giorgio Pisanò.

Si tratta di un interessante excursus sui rapporti tra i due personaggi e delle loro biografie. Entrambi hanno avuto un ruolo predominante in diverse oscure vicende finanziare della storia della Repubblica Italiana, e non solo.

Per dare un idea delle due figure, Michele Sindona e morto, nel supercarcere di Voghera, avvelenato in seguito all’ingestione di caffè al cianuro di potassio. Marcinkus è stato il prelato che in una particolare occasione pronunciò la famosa frase “Non si può governare la Chiesa con le Ave Maria

Il brano riprodotto inizia a pagina 3 del documento digitalizzato originale,  reperibile nell’archivio del Senato della Repubblica Italiana.

 Il tandem di ferro Sindona Marcinkus

La lunga e complessa vicenda che doveva determinare, indirizzare e condizionare tanti degli avvenimenti collegati alla Loggia massonica di Licio Gelli, e costare la vita a molte persone, compreso Roberto Calvi, ebbe il suo inizio tra il 1969 e il 1970.

E questo inizio si verificò quando, per un complesso di circostanze, giunsero a intrecciarsi le esistenze e gli interessi di un pugno di uomini destinati a riempire, come in effetti ancora le stanno riempiendo, le cronache degli anni successivi: Paul Marcinkus, David Kennedy, Michele Sindona, John Connally, Umberto Ortolani, Licio Gelli, Roberto Memmo, Alberto Ferrari, Roberto Calvi e molti altri. Personaggi che, come Sindona, Gelli, Ortolani, Calvi, Memmo, Ferrari, saranno poi ritrovati negli elenchi della “P2”.

E’ quindi necessario, se mai si vuole capire la genesi di tanti avvenimenti altrimenti tuttora inesplicabili e avvolti nel mistero (dalle origini della improvvisa ricchezza di Sindona agli albori degli anni 70 all’assassinio di Calvi nel 1982 passando attraverso tutte le vicende della Loggia massonica “P2”), ricostruire, oltre ai singoli episodi, anche le biografie dei principali personaggi di questa storia.

Michele Sindona: tessera P2 0501

Sindona Marcinkus: Il tandem di ferro

Michele Sindona, nato a Patti (Messina) nel 1920, laureato in legge, approdò a Milano nell’immediato dopoguerra, e aprì un ufficio di consulenza tributaria prima in via San Barnaba, poi in via Turati a pochi metri dalla sede provinciale dell’Intendenza di Finanza.

Intelligente, ambizioso, grande lavoratore, si impose rapidamente all’attenzione degli ambienti della Milano che conta. Ha raccontato di lui Massimo Spada, uno dei “cervelli” delle finanze vaticane: «Conobbi Sindona a Milano nel 1958, attraverso la presentazione di un prelato. Ricordo che per avere notizie su di lui mi rivolsi a Franco Marinotti della “Snia Viscosa”, a Carlo Faina della “Montecatini”, a Giorgio Valerio della “Edison”. Tutti mi diedero delle informazioni ottime e mi dissero che si erano serviti della sua opera».

Fu allora, nel 1958, che Sindona cominciò a trattare con gli ambienti della finanza vaticana, ma fu anche in quello stesso periodo che si verificò un altro degli eventi più importanti e decisivi della sua vita: l’incontro con l’organizzazione mafiosa italo-americana. E ciò accadde quando Sindona entrò in rapporti professionali con Joseph Doto, il potente capo mafioso conosciuto negli Stati Uniti come Joe Adonis.

Joe Adonis, a quell’epoca, era già considerato uno dei ” boss’ più pericolosi della mafia. Fin dal 1950, infatti, la commissione del Congresso americano presieduta dal senatore Kefauver aveva concluso, sulla scorta di una imponente documentazione, che il vertice USA del crimine organizzato risultava composto da Meyer Lansky, Tony Accardo, Jack Guzik e Joe Adonis. Nel rapporto della Commissione, Adonis non solo veniva indicato come il braccio destro di Meyer Lansky, ma anche come il direttore del dipartimento “relazioni pubbliche” del “sindacato mafioso”. In modo particolare, basandosi su un rapporto del “Federai Bureau of Investigation” (FBI), la Commissione Kefauver affermava che Adonis era “il rappresentante del sindacato incaricato di mantenere i contatti con esponenti politici, imprenditori, avvocati, giudici, funzionari federali, di Stato e municipali”. In questo senso, concludeva la commissione, Adonis doveva essere considerato “uno degli esempi più clamorosi della collusione tra il gangsterismo e il mondo degli affari e della politica”.

Ebbene, nel febbraio 1956, Adonis venne in Italia, e assolutamente indisturbato, trascorse dapprima alcuni mesi a Frascati e in Valle d’Aosta, per poi sistemarsi a Milano, in un lussuoso appartamento al settimo piano del n. 2 di via Albricci. Di lì, Adonis, nella sua qualità di massimo rappresentante del “sindacato” nel vecchio continente, prese a coordinare l’insieme delle attività mafiose in tutta l’Europa centro-occidentale, e in particolar modo in Germania e in Olanda, dove lo smercio e il consumo di stupefacenti stava conoscendo un vero boom.

E così, durante la sua lunga permanenza in Italia, Joe Adonis conobbe Michele Sindona. In un primo tempo il boss mafioso (che, per giustificare la sua prolungata presenza in Italia, si presentava come incaricato da società USA di investire nel campo dei supermercati e degli impianti alberghieri) frequentò l’avvocato di Patti nella sua qualità di consulente fiscale. Poi, avendone conosciuto le indubbie capacità, ma anche la propensione per le operazioni più spericolate purché redditizie, lo incaricò di svolgere alcune missioni di fiducia negli Stati Uniti.

Nel 1959 Michele Sindona sbarcò quindi in America e prese contatto, su presentazione di Joe Adonis, con la “famiglia” più importante della costa atlantica, quella di Vito Genovese, alias Don Vitone, alias “The Old Man”, un uomo definito dall’FBI il “riconosciuto capo della mafia nell’area di New York City”.

In quel periodo, il clan di Vito Genovese era sotto il tiro del “Bureau of Narcotics Investigations” e lo stesso Don Vitone, infatti, con molti suoi complici (tra i quali Joseph Valachi, Thomas Campisi, Joseph De Marco, Vincent Gigante, Philip Lombardo e altri) era in procinto di essere giudicato e condannato. Il che accadde poco dopo, anche se Vito Genovese continuò ugualmente a dirigere la “famiglia” dal carcere, tramite i suoi luogotenenti Thomas Eboli, Gerardo Catena e Michele Miranda. (Queste informazioni sono contenute nella relazione pubblicata nel 1964 al termine della inchiesta condotta dalla speciale Commissione del Senato degli Stati Uniti sul crimine organizzato e sul traffico dei narcotici. La relazione, nel testo originale in inglese, è stata riprodotta negli allegati della relazione conclusiva della “Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia” (Doc. XXIII, volume IV, Tomo tredicesimo).

Ma fu proprio in quella contingenza che Sindona ebbe modo di prodigarsi per i suoi nuovi amici americani, tanto è vero che, proprio per preciso incarico di Don Vitone, sistemò la situazione contabile e fiscale delle società “legali” che facevano capo al temuto “boss” mafioso: tra queste, la “Colonial Trading Co.”, la “Erb Strapping Co.”, la “Tryon Cigarette Service Co.” eccetera.

Questa attività a favore della “famiglia” di Don Vitone procurò a Sindona altre proficue e importanti amicizie. Sfruttando infatti il prestigio che si era ormai creato negli ambienti del “sindacato”, Sindona stabilì stretti rapporti d’affari con Daniel Porco, un mafioso di Pittsburgh (Pennsylvania), che agiva agli ordini della “famiglia” Casella-Santoro-Potnick di Filadelfia. In società con Dan Porco (che ritroveremo negli anni 70, sempre a fianco di Sindona, nelle vicende collegate alle speculazioni bancarie statunitensi dell’avvocato di Patti) Sindona acquisì il controllo della Pier Busseti, una nota agenzia di viaggi specializzata nei tours Italia-Stati Uniti. Con quali obiettivi?

Non è facile dare una risposta a questo interrogativo, così come non è facile, oggi, ricostruire quali attività Sindona e Dan Porco svolsero negli anni 60 tra gli Stati Uniti e l’Italia perché i nostri organismi di controllo (polizia e servizi segreti) non presero mai alcuna seria iniziativa in questo senso.

Prova ne sia un episodio molto indicativo. Il 1° novembre 1967, il capo dell'”International Criminal Police Organisation” di Washington, Fred J. Douglas, indirizzò alla Criminalpol di Roma questa comunicazione: «I seguenti individui sono implicati nell’illecito traffico di sedativi, stimolanti e allucinogeni tra l’Italia e gli Stati Uniti e forse altre regioni d’Europa: Daniel Anthony Porco, nato a Pittsburgh (USA) il 7 novembre 1922, professione contabile; Michele Sindona, nato a Patti (Messina) l’8 maggio 1920, professione procuratore, residente a Milano in via Turati; Ernest Gengarella, che pare abbia interessi nell’hotel Sands di Las Vegas, sul quale, per il momento, non abbiamo altri dati.

Ebbene, soltanto tre mesi dopo, nel gennaio 1968, il questore di Milano, Giuseppe Parlato (che doveva poi diventare capo della polizia), si decise a rispondere alle sollecitazioni di Washington. E lo fece in questi termini: «Con riferimento alla vostra nota è risultato quanto segue;

1°) il cittadino USA Porco Daniel risulta avere alloggiato più volte presso il Palace Hotel di piazza della Repubblica, nel 1967, dal 12 al 16 ottobre;

2°) da accertamenti svolti è risultato che il Porco intrattiene a Milano stretti rapporti di amicizia e di affari con l’avvocato Michele Sindona;

3°) il Sindona, a Milano, è a capo di una organizzazione di uffici legali ed è coadiuvato da un’equipe di avvocati, commercialisti, procuratori e periti tecnici. Gli uffici sono frequentati da clienti e operatori economici, in particolar modo da cittadini americani;

4°) per quanto riguarda il Gengarella non risultano tracce di soggiorno a Milano. Allo stato degli accertamenti da noi svolti non sono emersi elementi per poter affermare che le persone di cui innanzi, e soprattutto il Porco e Sindona, siano implicati nel traffico di stupefacenti tra l’Italia e gli USA».

Ma torniamo indietro, al 1962, allorché si verificò un’altra decisiva svolta nella vita di Michele Sindona.

In quell’epoca, infatti, l’avvocato siciliano, di ritorno da un lungo soggiorno negli Stati Uniti, venne associato dall’avvocato Ernesto Moizzi, uomo di fiducia di Franco Marinotti (presidente della “Snia Viscosa”), nel controllo della Banca Privata Finanziaria, un piccolo istituto di credito che disponeva di un solo sportello a Milano, e che poteva vantare depositi per soli tre miliardi di lire.

Con l’ingresso di Sindona nella «Privata Finanziaria», però, le sorti della banca mutarono rapidamente in meglio. Nel 1964, infatti, si venne a sapere che una finanziaria a Chicago, la “Continental International Finance Co.”, aveva assunto una partecipazione del 24,5 per cento nel capitale sociale della “Privata”. E come poteva spiegarsi il fatto, a prima vista incomprensibile, che una società del peso della “Continental Finance” potesse interessarsi di una piccola banca milanese?

La risposta non era difficile, almeno per chi conosceva certi retroscena: la “Continental International Co.” era una sussidiaria (vale a dire una società totalmente dipendente) della “Continental Illinois National Bank” di Chicago, una delle più potenti (la nona, per attività di bilancio) degli Stati Uniti. E presidente della “Continental Illinois Bank” era David Kennedy (niente a che fare con la famiglia del defunto Presidente USA), un “pezzo da novanta” della classe dirigente statunitense, che dietro una rispettabile facciata si trovava associato a molte altre iniziative affaristiche oscillanti tra il lecito e l’illecito, tra il legale e l’illegale, in compagnia, spesso, di elementi discutibili, uno dei quali era Dan Porco, l’amico e socio di Michele Sindona.

Ma David Kennedy annoverava tra i suoi amici, oltre i tipi alla Daniel Porco, anche personaggi del calibro di Charles Bludhorn, un ebreo di origine austriaca, che aveva creato, con metodi che negli Stati Uniti qualcuno aveva definito “pirateschi”, il chiacchierato “impero” della “Gulf and Western Industries”, una “conglomerata” comprendente alberghi, pozzi di petrolio, miniere, società di telecomunicazioni e, infine, anche la celebre casa cinematografica “Paramount”.

E Charles Bludhorn era collegato, con mille fili, agli ambienti ebraici del “sindacato” mafioso (Meyer Lansky, Harry Stromberg, Mickey Cohen), per cui diventava chiaro come si fosse creato un cerchio che saldava Sindona con Joe Adonis, Vito Genovese, Daniel Porco, David Kennedy, Charles Bludhorn per tornare a Sindona.

L’avvocato siciliano, infatti, non solo era diventato consulente finanziario di «Cosa Nostra», ma tramite quei canali, era riuscito a diventare socio della «Continental Finance», vale a dire della «Continental Illinois Bank» di David Kennedy e, tramite quest’ultimo, anche di Charles Bludhorn, con il quale, verso la fine degli anni ’60, riuscirà a dare vita a una truffaldina speculazione nella zona di Hollywood della quale parleremo più avanti.

Ma tra i più vecchi amici di David Kennedy c’era anche un sacerdote cattolico, di origine lituana, nato a Cicero (Chicago) nel 1922: Paul Casimir Marcinkus. Che divenne, ovviamente, sempre verso la fine degli anni 60 amico anche di Sindona.

Per cui, tornando al 1968, ecco la posizione raggiunta da Sindona: era diventato uno degli uomini di fiducia della mafia italo-americana, si era impadronito di una piccola banca milanese nella quale aveva tirato dentro come socio uno dei boss dell’alta finanza statunitense (David Kennedy), era anche un amico di un alto prelato americano (Paul Marcinkus) che intanto (come poi vedremo) era entrato a far parte della Segreteria di Stato, sezione di lingua inglese, alle dirette dipendenze del cardinale Benelli.

I suoi personali rapporti con la Città del Vaticano, infine, erano in fase di costante miglioramento, anche perché lo IOR (Istituto Opere di Religione, di fatto le banche del Vaticano) era socio della «Banca Privata Finanziaria» con una partecipazione del 24,5 per cento fin da quando, nel 1962, Sindona era riuscito a prendere il controllo del piccolo istituto di credito milanese.

Arrivò così il 1969 e il vento della fortuna prese a soffiare ancora più impetuosamente nelle vele di Sindona. Divenuto Presidente degli Stati Uniti nel novembre dell’anno precedente, Richard Nixon nominò infatti David Kennedy, che lo aveva decisamente appoggiato, nuovo ministro del Tesoro. Il 6 gennaio 1969, alla vigilia dell’insediamento di Kennedy nel suo nuovo incarico, monsignor Paul Marcinkus venne a sua volta nominato vescovo di Orte.

Poche settimane dopo, il neo vescovo veniva designato, nonostante fosse quasi completamente a digiuno di tecnica bancaria e di economia, ad assumere le funzioni di pro-presidente dell’ufficio centrale dello IOR. Un altro anello del cerchio così si saldava: nell’illustrare infatti il provvedimento, il settimanale “L’Espresso” del 22 giugno 1969 scriveva: «Monsignor Marcinkus è nato a Cicero, nell’Illinois, dove ha sede la più importante “spalla” americana di Michele Sindona: David Kennedy, segretario al Tesoro di Richard Nixon, e socio del Vaticano e di Sindona nella Banca Privata Finanziaria».

Ma nessuno, allora, poteva ancora immaginare che nel cerchio stavano per entrare altri personaggi destinati a ricoprire ruoli determinanti nella vicenda della “P2”: personaggi del calibro di Roberto Calvi, Roberto Memmo, Alberto Ferrari e così via.

Così, agli inizi del 1970, Michele Sindona, reso potente dai suoi legami personali e di affari con la mafia, con il grande capitale e la classe dirigente politica statunitensi, con le finanze vaticane, poteva architettare i suoi piani di espansione e di potere, finendo inevitabilmente con l’incontrare un altro personaggio che, sempre in quel periodo, stava rapidamente emergendo nel torbido contesto italiano del corrotto sistema dei partiti: Licio Gelli.

E  parliamo  ora  di  Paul Marcinkus.

Paul Marcinkus

Sindona Marcinkus: Il tandem di ferro

Paul Casimir Marcinkus, vescovo titolare di Orte e mancato cardinale, è nato come già detto a Cicero, un sobborgo di Chicago nel 1922. Venne ordinato sacerdote nel 1947, e tre anni dopo si stabilì a Roma dove frequentò i corsi di diritto canonico presso l’Università Gregoriana. Concluso il corso di studi, passò alla Pontificia Accademia Ecclesiastica, la scuola dove si formano i futuri diplomatici della Santa Sede. Negli anni 60 venne quindi chiamato alla Segreteria di Stato, sezione di lingua inglese, alle dirette dipendenze del cardinale Benelli, allora numero due del “ministero degli esteri” della Città del Vaticano.

Dopo aver svolto delicate ed esclusive missioni in America Latina e nel Canada, Marcinkus rimase per un lungo periodo negli Stati Uniti, tra New York, Boston, Cleveland e Chicago: e qui, nell’antica città di Al Capone e Jake Guzik, riannodò e rinsaldò i rapporti di amicizia con David Kennedy, il potente boss della “Continental Illinois National Bank”.

Rientrato infine stabilmente a Roma, Marcinkus riprese la sua attività presso la segreteria di Stato, prima come interprete, poi come organizzatore di viaggi di Paolo VI. Individuo aitante e sportivo, oltre che intelligente e furbo, divenne ben presto un personaggio di spicco ai vertici della Santa Sede, e non solo per la sua funzione di “guardia del corpo” di Sua Santità.

Ma se il suo attivismo ai vertici del Vaticano poteva essere premiato, come infatti venne premiato nei primi giorni del 1969, con la nomina a vescovo, sono ben altri i motivi che furono alla base della sua nomina a capo dello IOR poche settimane più tardi, in coincidenza (fatto, questo, da tenere sempre ben presente) con la nomina del suo amico David Kennedy alla carica di ministro del Tesoro nella amministrazione Nixon.

Marcinkus, infatti, non se ne intendeva molto di finanza e di banche, tanto è vero che alla prima riunione alla quale partecipò con gli anziani esperimentati dirigenti dello IOR (Massimo Spada, Luigi Mennini, Pellegrino De Strobel), dichiarò con grande modestia: «Vi prego di scusarmi, ma io non ho pratica né di finanza, né di economia». Il che, però, non gli impedì di assumere quasi subito, la grinta e i poteri assoluti di unico, vero capo della banca vaticana.

Resta quindi da rispondere a un quesito di fondo: perché mai nel 1969 fu scelto proprio Marcinkus quale capo dello IOR? Perché proprio lui, che di economia e di tecnica bancaria non sapeva quasi niente?

Per dare una risposta esauriente, e capire come mai Marcinkus divenne non solo il padrone incontrastato dello IOR, ma si mise anche in combutta, è il termine, con personaggi quali Michele Sindona, Roberto Calvi e, di conseguenza, con Gelli e la “P2”, è necessario illustrare brevemente la storia dell’Istituto per le Opere di Religione (IOR) e dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA).

Lo IOR

Sindona Marcinkus: Il tandem di ferro

Lo IOR venne creato nel 1942 per decisione di Pio XII, papa Pacelli. L’APSA sorse invece con la riforma del 1967, voluta dal papa Montini, Paolo VI, sovrapponendosi alla già esistente “Amministrazione speciale della Santa Sede”.

La caratteristica principale della vecchia “Amministrazione speciale della Santa Sede”, diretta per lunghi anni dal suo noto finanziere Bernardino Nogara, morto nel 1958, era stata quella di operare in larga misura sul mercato italiano.

Così, negli anni del “miracolo economico”, la finanza vaticana aveva mirato soprattutto ad acquisire il controllo di società come la “Generale Immobiliare”, la “Ceramica Pozzi”, la “Condotte d’Acqua”, il “Pastificio Pantanella”, oltre a partecipazioni di minoranza nella “RAS”, nella “Assicurazioni Generali”, nella “Bastogi”, “SIP”, “Italcementi” eccetera. Ma un’altra caratteristica di quel periodo fu quella (dovuta al radicato nepotismo di papa Pacelli), di mettere alla direzione delle società consociate o comunque controllate dalla finanza vaticana, i parenti di Sua Santità, ed esattamente Carlo, Marcantonio e Giulio Pacelli. Ma siccome nessuno di questi capiva qualcosa di attività industriali e di “management” i risultati furono quasi sempre disastrosi.

Così, mentre il “miracolo economico” si andava lentamente esaurendo, la quasi totalità delle società italiane controllate dalla finanza vaticana entrava in un tunnel, al fondo del quale c’erano solo deficit e un fortissimo indebitamento nei confronti dei sistema bancario.

Di fronte a questa realtà, papa Montini, nel 1967, promosse una profonda riforma delle attività economiche e finanziarie del Vaticano, con la costituzione, tra l’altro, di una “Prefettura degli affari economici” (un vero e proprio ministero del Bilancio), che aveva il compito di controllare i preventivi e i consuntivi di tutte le amministrazioni.

La decisione di rinnovare alla radice la struttura economico-finanziaria del Vaticano ebbe nel cardinale Jean Villot, segretario di Stato, e nel suo vice, cardinale Giovanni Benelli, dei convinti assertori. Sul piano operativo, si trattava prima di tutto di liquidare in tempi brevi la quasi totalità delle partecipazioni di controllo o di minoranza nelle società italiane, e di potenziare invece gli investimenti speculativi sul mercato internazionale. Di qui la necessità di dare spazio e ben più ampia possibilità operativa alla banca del Vaticano, lo IOR. Di qui la necessità di mettere a capo dello IOR un uomo in grado di attuare i nuovi piani finanziari ed economici del Vaticano.

E a questo punto torna la domanda: perché fu scelto Marcinkus per questo delicatissimo e importantissimo incarico?

La  risposta  la  danno  i  fatti.

Prima di tutto occorre tenere presente che il cardinale Benelli era convinto, e non aveva torto, che la strada migliore da percorrere, per realizzare nella maniera più redditizia la liquidazione del patrimonio industriale della Santa Sede in Italia, fosse quella di associare, nella operazione di «smobilizzo», dei tecnici laici, di provata sicurezza, di assoluta fiducia e pronti a tutto pur di raggiungere gli obiettivi indicati.

In particolare, occorreva trovare un professionista che fosse ben ammanigliato con i centri nazionali e internazionali dell’alta finanza, e quindi in grado di contrattare ai massimi livelli la smobilitazione del patrimonio industriale della Santa Sede.

E questo personaggio venne immediatamente, possiamo aggiungere naturalmente individuato in Michele Sindona. E ciò per almeno tre ragioni:

1°) Come già detto, lo IOR era di fatto, sin dal 1962, socio di Sindona nella «Banca Privata Finanziaria», con una partecipazione del 24,5 per cento.

2°) Sindona, a quell’epoca, si era già fatto una fama di abile salvatore di aziende in difficoltà. Proprio in quel periodo, infatti (primavera-estate del 1968), il banchiere siciliano aveva acquistato il pacchetto di controllo di una vecchia finanziaria, la “Sviluppo”, ed era riuscito quasi subito a cederlo con successo a un complesso di interessi stranieri capeggiato dalla “Banque de Paris et des Pays Bas” (la famosa “Paribas”) e dal gruppo “Bemberg”.

3°) Ultimo, ma importantissimo, Sindona era ormai conosciuto come il rappresentante in Italia della potente rete finanziaria guidata da “David Kennedy, il capo della “Continental Illinois Bank”, proprietaria della sussidiaria “Continental International Finance Co.” che, come già detto, deteneva, al pari dello IOR, il 24,5 per cento della Banca Privata Finanziaria. E Kennedy, altro elemento decisivo nelle valutazioni del cardinale Benelli e degli altri responsabili delle finanze vaticane, era una figura di primissimo piano nel partito repubblicano d’America che, con l’elezione di Nixon a Presidente USA, aveva riconquistato il controllo del grande Paese d’oltreoceano.

In realtà, il fatto che Sindona abbia avuto dal Vaticano l’incarico di procedere alla ristrutturazione delle finanze vaticane, è un elemento certo, descritto anche in termini più o meno romanzati da due noti studiosi di vicende vaticane e “sindoniane”: l’ex gesuita Malachi Martin nel suo libro The Final Conclave, e lo scrittore americano Luigi di Fonzo nel suo libro Saint Peter’s Banker:

Si legge nel libro di Malachi Martin: «È tarda notte nello studio papale al terzo piano del palazzo apostolico… L’incontro riguarda le finanze vaticane. Questo tipo di incontri è stato riservato al papa per oltre mille anni.

«Non c’è traccia ufficiale di questo incontro nel libro degli appuntamenti, come non c’è mai stata in precedenza… Paolo VI arriva ad un accordo, mettendo la sua firma come papa ad un documento contrattuale bilaterale. Il Vaticano è pieno di tali documenti.

«In virtù di quella firma, Paolo VI impegna e vincola una buona parte della finanza vaticana e delle risorse papali. I papi hanno sempre e giustamente considerato se stessi come gli unici amministratori di quello che è sempre stato chiamato a Roma il «patrimonio di Pietro».

«La scena è unica soltanto per un verso. Con la sua firma, papa Paolo autorizza Michele Sindona a vendere gli interessi di controllo del Vaticano nella grande conglomerata Società Generale Immobiliare. Con quella firma Paolo VI consente anche a Sindona l’accesso agli altri fondi del Vaticano per ulteriori investimenti…».

Ed ecco quello che racconta Luigi Di Fonzo: «Sindona spiega al Santo Padre il suo piano: trasferisce gli investimenti dall’Italia nel mercato esentasse degli eurodollari tramite una rete di banche off-shore (operanti cioè fuori da ogni controllo fiscale: n.d.r.). Il papa appare inquieto, ma in verità ha già deciso. Consegna a Sindona un documento da lui stesso firmato che gli affida il controllo degli investimenti del Vaticano all’estero. I due si inginocchiano e pregano. Poi Sindona prende la mano di Paolo VI e bacia l’anello del papa».

Qualcuno, successivamente alla pubblicazione di questi libri, sostenne che, in realtà, l’investitura data dal Vaticano a Sindona non venne siglata personalmente da Paolo VI ma dal cardinale Sergio Guerri: sta di fatto, comunque, che Sindona divenne l’uomo incaricato di smobilitare gli investimenti italiani del Vaticano per trasferire altrove le risorse finanziarie della Santa Sede.

Ma se il personaggio Sindona si delineava, nei piani finanziari del Vaticano, come “l’uomo giusto al posto giusto e nel momento giusto”, il suo corrispettivo al vertice dello IOR non poteva essere che Paul Marcinkus il quale, come Sindona, era ben conosciuto negli ambienti politico-affaristici di Chicago, dove godeva, tra l’altro dell’amicizia dell’onnipotente presidente della “Continental Illinois Bank”, David Kennedy.

Ecco perché non appena si profilò la nomina di Kennedy a ministro del Tesoro di Nixon, ogni eventuale titubanza venne a cadere e Paul Casimir Marcinkus, vescovo di Orte e “gorilla” del papa, venne posto a capo dello IOR.

Fu così che nella prima metà del 1969, cominciò a operare il tandem Sindona-Marcinkus: un tandem di ferro, perché aveva alle spalle il potente “sindacato” mafioso di “Cosa Nostra”, il grande capitale americano, la classe politica al potere negli Stati Uniti, e, in Italia, una solida banca privata milanese, il Banco Ambrosiano, detto anche la “banca dei preti”, perché notoriamente controllato dalla Curia ambrosiana e dal Vaticano. Una banca dove stava già emergendo l’astro di Roberto Calvi, un altro personaggio chiave di tutta questa storia, e che Sindona aveva già conosciuto nel 1968.

A quel punto (siamo nella prima metà del 1969), Sindona affrontò il compito tutt’altro che facile di vendere alle migliori condizioni possibili le seguenti società, tutte controllate dall’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica: la “Generale Immobiliare”, che stava attraversando un momento non molto felice a causa dell’alto indebitamento a breve termine con il sistema bancario; la “Ceramica Pozzi”, le cui condizioni peggioravano di giorno in giorno; il Pastificio “Pantanella” che, ormai al limite del collasso, si preparava a svalutare, per le ingenti perdite subite, il capitale sociale, e infine la “Condotte d’Acqua” che, pur trovandosi, rispetto alle altre società del gruppo vaticano, in condizioni meno disastrose, stava anch’essa attraversando un momento complessivamente negativo.

Tanto per cominciare, Sindona, d’accordo con Marcinkus, diede il via alla smobilitazione della “Generale Immobiliare”, che per anni aveva costituito il fiore all’occhiello della finanza vaticana. La Santa Sede, infatti, possedeva una partecipazione nella “Immobiliare” che ammontava al 38 per cento del capitale per un valore complessivo di circa 32 miliardi dell’epoca.

L’acquirente di un primo consistente pacchetto di azioni della “Generale Immobiliare” venne presto trovato: si trattava, guarda caso, di quel Charles Bludhor, del quale abbiamo parlato prima, l’avventuroso creatore della chiacchierata “Gulf and Western”, presidente della “Paramount”, ma soprattutto legatissimo a David Kennedy e a tutta la “banda di Chicago”, Marcinkus compreso.

Bludhorn si dichiarò infatti pronto ad acquistare azioni della “Generale Immobiliare” per un totale di otto milioni di dollari. Ma ad una condizione. Anche Bludhorn, infatti come molti altri finanzieri d’assalto di tutti i tempi, non possedeva denaro liquido: egli propose allora al Vaticano, tramite Sindona, una originale transazione. Propose cioè che la “Gulf and Western” potesse acquistare i titoli della “Generale Immobiliare” cedendo in cambio, anziché sonanti dollari, il 50 per cento del capitale di una società immobiliare operante nella zona di Hollywood, che possedeva 230.000 metri quadri di terreno già di proprietà della casa cinematografica “Paramount”.

L’accordo venne concluso, e Bludhorn divenne così uno dei principali azionisti della “Generale Immobiliare”: in questo modo la prima operazione condotta dal tandem Sindona-Marcinkus per conto del Vaticano parve andare felicemente in porto. Ma si trattò solo di una apparenza, perché qualche tempo dopo la stipula del contratto, saltò fuori che questa operazione, come tante altre targate “Bludhorn”, nascondeva un autentico bidone: e molti, ancora oggi, si domandano se davvero venne carpita, in quella occasione, la buona fede di due superfurbi come Sindona e Marcinkus, o se i due non furono invece complici interessati della fregatura.

Quando infatti gli inviati dal Vaticano arrivarono a Los Angeles per prendere possesso dei terreni avuti in cambio delle azioni della “Generale Immobiliare” cedute a Bludhorn, appresero che questi terreni erano gravati da diversi vincoli e valevano dieci volte meno delle azioni cedute.

Negli ambienti vaticani, naturalmente, e non solo in quelli, si cominciò a gridare allo scandalo. Ma subito Sindona e Marcinkus diedero prova della loro forza, mettendo tutti a tacere e puntando le loro carte, per concludere positivamente l’operazione, sull’appoggio che potevano avere dal loro comune amico e socio David Kennedy, il potente banchiere di Chicago diventato ministro del Tesoro nella amministrazione Nixon.

David Kennedy

Sindona Marcinkus: Il tandem di ferro

David Kennedy, nato nell’Illinois nel 1907, di fervente fede protestante, aderente alla Chiesa degli Ultimi Santi, meglio conosciuta come “setta mormone”, si era costruito una solida fama di banchiere e di fervido sostenitore del partito repubblicano. Come tale, partecipò attivamente, con ricche donazioni, alla campagna presidenziale del 1952 che vide il trionfo del generale Eisenhower. Come ricompensa per l’appoggio ricevuto, il neo presidente nominò allora David Kennedy sottosegretario al Tesoro. Ma dopo un periodo di permanenza a Washington, Kennedy abbandonò l’attività pubblica e tornò a dedicarsi esclusivamente ai suoi affari, assumendo la presidenza della “Continental Illinois Bank” di Chicago.

Nel 1968, però, come già ai tempi di Eisenhover, Kennedy tornò a battersi in prima fila per Richard Nixon, e anche questa volta la sua attività venne premiata dal nuovo presidente con l’ambita nomina a segretario al Tesoro.

Questo era l’uomo (e questa la potenza economica e politica) sul quale, tra la fine del 1969 e l’inizio del 1970, facevano affidamento Sindona e Marcinkus per reinvestire in dollari buona parte di quanto avrebbero potuto ricavare dalla vendita delle proprietà italiane del Vaticano.

Non sempre però gli eventi si sviluppano secondo i desideri: e quanto accade infatti nel 1970 non solo mandò all’aria i piani architettati da Sindona e Marcinkus, ma, adesso che è possibile analizzare quelle vicende con la chiarezza che solo il tempo trascorso e tanti fatti accaduti successivamente sono in grado di consentire, è anche evidente che quasi tutte le vicende sviluppatesi negli anni successivi, compresa la saldatura tra il tandem Sindona-Marcinkus e la “P2” fino all’assassinio di Roberto Calvi, ebbero la loro origine in quei giorni ormai lontani e in terra americana.

Il 1970, infatti, si rivelò ben presto negativo per l’economia statunitense. Nel primo semestre si delineò una forte recessione produttiva, e si verificò una marcata caduta dei corsi azionari. Contemporaneamente, e specie nel secondo semestre, il dollaro perse terreno nei confronti delle “monete forti” europee e la tendenza inflazionistica si accentuò. In una simile situazione, chi si trovò ben presto nell’occhio del ciclone fu ovviamente il responsabile della politica economica, e cioè David Kennedy, che venne fatto segno a violente critiche sia da parte della stampa che della opposizione democratica al Congresso.

Ma a complicare e peggiorare la già scossa credibilità del banchiere di Chicago diventato ministro di Nixon, giunse il clamoroso crack di uno dei principali soci in affari di David Kennedy, vale a dire John McCandish King, grintoso boss della “King Resources”, spericolato petroliere d’assalto, detto lo “stregone di Denver”.

Nell’autunno del 1970, infatti, mentre i giornali erano pieni di notizie poco incoraggianti sull’andamento dell’economia americana, scoppiò improvvisa la notizia che i tanto strombazzati investimenti effettuati dallo “stregone di Denver” nell’artico canadese alla ricerca di petrolio si erano rivelati “privi di prospettive concrete”, e che pertanto i suoi finanziatori stavano perdendo gli ingentissimi capitali investiti nella rischiosa operazione: tra questi finanziatori, in primissima fila, c’era anche David Kennedy con la sua “Continental Illinois Bank”.

Questo fatto diede il colpo di grazia alla già barcollante posizione pubblica di David Kennedy. Così, due mesi dopo il crollo di John King, il 14 dicembre 1970, il presidente Nixon, nel corso di una conferenza stampa rapidamente convocata, annunciò la sostituzione con effetto immediato di David Kennedy al ministero del Tesoro con l’ex governatore del Texas, John Connally. Nixon, comunque, non volle estromettere completamente il fedelissimo David Kennedy dal giro dei suoi stretti collaboratori e inventò per lui una carica mai esistita prima: lo nominò “ambasciatore finanziario itinerante” con il diritto di partecipare alle riunioni di governo.

Tutta questa vicenda, naturalmente, provocò durissimi contraccolpi al duo Sindona-Marcinkus, che venne a trovarsi obiettivamente indebolito dal ridimensionamento che aveva colpito il socio e protettore David Kennedy; il quale esce così provvisoriamente dalla scena di queste vicende, ma ricomparirà più avanti, quando infatti lo ritroveremo nel 1972 alla testa della “Fasco A.G.”, la società capofila dell'”impero” sindoniano.

Alla fine del 1970, quindi, Sindona e Marcinkus vennero a trovarsi in gravi difficoltà: soprattutto Sindona, che aveva ricevuto dal Vaticano il compito di smobilizzare gli investimenti della Santa Sede in Italia per reinvestirli all’estero, e in dollari. E questo con particolare riferimento alla vendita delle azioni della “Immobiliare” di proprietà vaticana. Sindona, infatti, aveva garantito il pieno successo della operazione, e il fatto che questa si fosse arenata di fronte alle difficoltà determinate dalla eclissi di David Kennedy, aveva scatenato, negli ambienti vaticani, tutti coloro che non avevano digerito la rapida e potente intromissione del banchiere siciliano e del vescovo statunitense nella vita della Santa Sede.

La situazione quindi rischiava di precipitare per i due personaggi, che non avevano invece alcuna intenzione di compromettere le posizioni di prestigio e di potere che erano riusciti a conquistarsi, e non solo negli ambienti vaticani.

Fu allora, in quelle settimane di fine 1970, come ora documenteremo sulla base di circostanze, fatti e date che non sono smentibili e che parlano da soli, che Sindona e Marcinkus, per non restare travolti dalla realtà che si era determinata, diedero il via a quelle avventurose operazioni che dovevano ripercuotersi negli anni successivi in una serie, non ancora conclusa, di vicende, punteggiate da una tragica sequenza di morti violente.

E fu ancora in quel particolare momento che entrò in scena, come protagonista, Roberto Calvi.

(segue il secondo capitolo: tanti miliardi venuti dal nulla)