Roberto Calvi: tanti miliardi venuti dal nulla

Tanti miliardi venuti dal nulla: così il componente della commissione P2 Giorgio Pisanò titolò il suo resoconto su Calvi, complice insieme al tandem Sindona – Marcinkus per accumulare denaro

 

Roberto Calvi: tanti miliardi venuti dal nulla

Nel secondo capitolo della relazione di minoranza redatta da Giorgio Pisanò  si parla di Roberto Calvi, la cui vicenda personale termina, come è noto, sotto un ponte londinese dove fu trovato impiccato. Il brano non indaga sulla morte di Calvi ma di come entrò a far parte, insieme all’asse Sindona-Marcinkus, di un associazione il cui scopo era di fare soldi. Si parla di tanti soldi accumulati in modo spregiudicato attraverso operazioni finanziarie di alto livello.

Pisanò, membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, tratteggia la biografa di Calvi, affiliato alla loggia di Gelli. Soprattutto descrive, ove possibile con dovizia di particolari, le operazioni finanziarie condotte da Calvi insieme al tandem Sindona-Marcinkus per accumulare “tanti miliardi venuti dal nulla”, almeno all’apparenza.

Si delinea e si consolida l’alleanza tra i tre: Calvi-Sindona-Marcinkus, e si parla dei rapporti tra il  banchiere siciliano sia con la DC che con Giulio Andreotti.

L’ipotesi è che tutti quei soldi siano stati accumulati non solo per mero arricchimento personale ma anche per per finanziare i progetti che stavano dietro la mente del burattinaio Licio Gelli, venerabile della loggia massonica P2 .

Il brano riprodotto è l’intero secondo capitolo della relazione Pisanò, dal titolo emblematico: Tanti miliardi venuti dal nulla. Inizia a pagina 11 del documento digitalizzato originale, reperibile nell’archivio del Senato della Repubblica Italiana. In sostanza, si tratta del proseguimento del primo capitolo sul tandem di ferro “Sindona-Marcinkus”.

Tanti miliardi venuti dal nulla

La prima mossa si verificò nel settembre del 1970: una mossa che allora passò inosservata ma che oggi, alla luce di tutto quello che sta venendo fuori, assume un significato ben preciso, perché quello fu il primo passo che il tandem Sindona-Marcinkus effettuò per gestire in proprio, creando con ogni mezzo i capitali che occorrevano e che non esistevano, quelle operazioni di reinvestimento delle finanze vaticane rimaste compromesse dai guai in cui era incorso David Kennedy in America.

La mossa fu questa.

Nel 1970, Sindona controllava, tra le tante società più o meno fasulle che componevano il suo “impero”, anche la “Compendium, Societé Anonyme Holding”, domiciliata al n. 14 di Rue Aldringher, Lussemburgo.

Questa “Compendium” era controllata, a quell’epoca, al cento per cento, dagli interessi legati al gruppo Sindona e allo IOR attraverso un’altra società di Sindona, la “Fasco”. Ebbene, nel novembre del 1970, il 20 per cento del capitale della “Compendium” venne ceduto alla “Banca del Gottardo” (Svizzera, controllata quasi completamente dal Banco Ambrosiano e allo IOR), e un altro 40 per cento venne ceduto direttamente al Banco Ambrosiano, il cui pacchetto azionario più consistente era già nelle mani degli interessi vaticani. Il restante 40 per cento restò nelle mani della “Fasco”, in sostanza ancora Sindona e Marcinkus.

In definitiva: questa “Compendium”, dapprima solo di Sindona e dello IOR, formalmente si ritrovò con tre padroni (Sindona-Banca del Gottardo-Banco Ambrosiano) anziché due, ma, in sostanza, sempre nelle mani di Sindona e dello IOR, vale a dire di Marcinkus.

Perché  mai  tutto  questo  marchingegno societario ?

La risposta si ebbe il 23 marzo 1971, allorché a Nassau, capitale delle isole Bahamas nel lontano mare dei Caraibi, il dottor Roberto Calvi, diventato direttore generale del Banco Ambrosiano appena cinque settimane prima, fondava, per conto della “Compendium”, vale a dire in sostanza, per conto di Sindona e Marcinkus, la “Cisalpine Overseas Bank”, e ne affidava infatti la presidenza al vescovo Marcinkus, il quale, però, la cedeva quasi subito a Roberto Calvi.

Il tandem di ferro Sindona-Marcinkus si trasformava così in un triangolo ancora più importante Sindona-Marcinkus-Calvi: un triangolo che di lì a poco si sarebbe fuso con il “triangolo” massonico della loggia “P2” .

Ma a questo punto è indispensabile tracciare la biografia di Roberto Calvi.

Roberto Calvi

Nato a Milano il 13 aprile 1920, Roberto Calvi si laureò in Economia e Commercio alla “Bocconi”. Già responsabile dell’ufficio stampa e propaganda del Gruppo universitario fascista del capoluogo lombardo, partecipò quindi con onore alla seconda guerra mondiale, combattendo sul fronte russo nelle file dei Lancieri di Novara.
Nel 1944 venne assunto alla filiale di Lecco della Banca Commerciale. Nel 1946 passò al Banco Ambrosiano, come impiegato all’ufficio esteri. Nel 1952 sposò una signorina bolognese, Clara Canetti, dalla quale ebbe due figli, Carlo (nel 1953) e Anna (nel 1959).

Durante il suo lungo apprendistato nel Banco Ambrosiano, Calvi si applicò con diligenza allo studio delle lingue tedesca, francese, inglese, facendosi notare ben presto anche per le sue indubbie capacità tecniche e il suo attaccamento al lavoro. Queste sue qualità lo portarono nel 1956 alla carica di condirettore e, nel 1958, alla funzione di “assistente personale” di uno dei massimi dirigenti del Banco, il dottor Carlo Alessandro Canesi.

Nel 1965, finalmente, il Canesi, protettore ed estimatore di Calvi, divenne Presidente dell'”Ambrosiano”, e, nella sua scia, anche Calvi raggiunse una delle principali posizioni di potere nel Banco, diventando uno dei sei “direttori centrali”.

Ma fu nel 1968 che a Roberto Calvi capitò di fare una conoscenza che doveva condizionare poi tutta la sua vita e, quasi certamente, determinare anche la sua morte. Tramite Giuliano Magnoni, Calvi conobbe il banchiere siciliano, allora in piena ascesa. E Sindona apprezzò immediatamente l’attivismo, l’intelligenza, le capacità tecniche e anche l’ambizione dell’ormai potente (all’interno del “Banco”) direttore centrale dell’ “Ambrosiano”.

Si arrivò così al 1970, l’anno fatale della carriera di Roberto Calvi. Michele Sindona ha sempre rivendicato a se stesso il merito di avere “scoperto” il futuro presidente dell’ “Ambrosiano”, tirandolo fuori dalle funzioni puramente esecutive, anche se di livello manageriale. Ancora dopo la morte di Calvi, Sindona, detenuto nel penitenziario americano di Otisville (vedi “La Stampa” del 25 luglio 1982), ribadiva di essere stato lui il primo a intravedere in Calvi “una mentalità bancaria di grande respiro, non provinciale”, al punto di convincere lo stesso Presidente del “Banco”, Canesi, che il “direttore centrale” Roberto Calvi era “fornito di un grosso cervello e di una notevole disposizione per operazioni bancarie a livello internazionale”. Di qui il refrain quasi obbligato di Michele Sindona: «Sono stato io a “creare” Roberto Calvi: sono stato io all’origine della sua fulminea carriera». E in realtà, i fatti dimostrano che se per gestire l’operazione “Compendium -Cisalpine” venne scelto proprio Roberto Calvi, ciò accadde soprattutto per volontà e per decisione di Sindona.

Tanto è vero che appena un mese prima di fondare a Nassau, per conto della “Compendium”, la “Cisalpine Overseas Bank”, Roberto Calvi venne nominato Direttore Generale del “Banco Ambrosiano” dietro pressioni di Sindona, come lo stesso ha ripetutamente confermato. Il che è doppiamente indicativo del ruolo preminente che Calvi veniva ad assumere nel quadro della ampia e articolata operazione di gruppo che cominciava a svilupparsi con la fondazione della “Cisalpine”. Con la nomina di Calvi a Direttore Generale dell’ “Ambrosiano”, infatti, e con la sua entrata a fianco di Sindona e Marcinkus nella nuova banca di Nassau, anche 1′ “Ambrosiano” veniva così direttamente coinvolto in un gigantesco piano affaristico-speculativo le cui conseguenze, occorre ripeterlo, si stanno manifestando ancora oggi.

Infatti accertato che la nuova banca, una banca d’affari senza “sportelli”, vale a dire senza collegamento con il pubblico, riuscì a rastrellare entro lo stesso 1971 (e vedremo con quali sistemi) capitali ingenti fino a un tetto di oltre 240 milioni di dollari (il che, in rapporto ai valori odierni, sia del dollaro che della lira, farebbero circa novecento miliardi di lire).

Questo fu l’inizio, e vedremo poi a che cosa servirono sia la “Cisalpine” che i dollari confluiti tanto misteriosamente nelle sue casseforti: mentre, contemporaneamente, sorgevano sia il “Servizio Italia”, vale a dire la fiduciaria estera della Banca Nazionale del Lavoro, sia, sempre a Nassau, la “Capitalfin”, un’altra banca d’affari, della quale divenne subito direttore generale il dottor Alberto Ferrari, che nello stesso tempo era anche direttore generale della Banca Nazionale del Lavoro, e segretario il dottor Gianfranco Graziadei, direttore generale del “Servizio Italia”: due nomi che saranno poi trovati nelle liste della “P2”.

Ma documentiamo, adesso, le operazioni attuate dal trio Sindona-Marcinkus-Calvi tra il 1971 e il 1973, limitandoci a quelle più clamorose e indicative: le operazioni “Centrale”, “OPA Bastogi”, “Rome Daily American”, “Generale Immobiliare”, “Franklin Bank”, “Talcott”, spe-culazioni su cambi, “Finambro”, “Cattolica del Veneto”, “Credito Varesino”, “Toro Assicurazioni”.

Operazione “Centrale”

La prima avvisaglia di quanto sarebbe accaduto nei due anni successivi si ebbe il 15 agosto 1971. Quel giorno, infatti, nel corso di un’assemblea straordinaria della società “Centrale Finanziaria”, venne reso noto che il pacchetto azionario di controllo della società era stato ceduto dai vecchi proprietari (Pirelli, Famiglia Orlando, Bonomi-Bolchini) alla “Distributor Holding S.A.”, una finanziaria domiciliata nel Lussemburgo. E subito si venne a sapere che questa “Distributor Holding” era di proprietà di Michele Sindona, che, per acquisire il controllo della “Centrale”, aveva pagato circa venti milioni di dollari.

Anche se si trattava, allora, di una cifra per niente disprezzabile (un milione di dollari, a quell’epoca, poteva valere, in lire attuali, circa quattro miliardi), il fatto non destò comunque eccessiva sorpresa. In fondo, Sindona era pur sempre il maggiore azionista di due banche milanesi, sia pure di piccole dimensioni, e il fatto che lui e i suoi soci potessero disporre di venti milioni di dollari per acquistare una solida società finanziaria come la “Centrale” poteva rientrare nella logica delle cose.

Ma agli osservatori più attenti non sfuggì un particolare: e cioè che nel comitato esecutivo della Centrale”, del quale era stato naturalmente nominato presidente Michele Sindona, era entrato a far parte anche Roberto Calvi, che appena sei mesi prima era diventato direttore generale del “Banco Ambrosiano”. Lo stesso Roberto Calvi che, stranamente, appena nominato direttore generale dell’ “Ambrosiano” era corso a Nassau, nelle Bahamas, per fondare la “Cisalpine Overseas Bank”. Una banca, questa, molto misteriosa, di proprietà di quella società “Compendium” già citata prima, che era sicuramente controllata al cento per cento da Sindona, Marcinkus (IOR) e dall’ “Ambrosiano”.

Che legami c’erano tra l’acquisto della “Centrale” da parte di Sindona, la costituzione della “Cisalpine” a Nassau e la presenza di Roberto Calvi, in posizione rilevante, in ambedue gli organismi societari ?

Gli “addetti ai lavori” della finanziaria italiana si stavano ancora sbizzarrendo nel tentativo di dare una risposta a questo interrogativo quando, appena un mese dopo, scoppiò con fragore l’operazione “OPA Bastogi”, sempre di marca sindoniana.

Operazione “OPA Bastogi”.

Per chiarire l’importanza di una operazione del genere e la bufera che scatenò negli ambienti finanziari e politici italiani occorre precisare prima di tutto quanto segue.

La “Bastogi” era una grossa società finanziaria che possedeva pacchetti azionari di numerose, solidissime società immobiliari, di prodotti chimici e industriali. Un vero impero che, tra l’altro, aveva il controllo di ben 840 mila azioni della “Italcementi” (la più grossa delle industrie di Carlo Pesenti) pari al 10,55 per cento dell’intero capitale azionario della società cementifera.

E ora attenzione: vero è che Carlo Pesenti deteneva il pacchetto azionario di controllo della “Italcementi”. Ma è anche vero che questo pacchetto azionario superava di poco quel 10,55 per cento che era di proprietà della “Bastogi”. In altre parole: chi si fosse impossessato della “Bastogi” diventava automaticamente socio, quasi alla pari, di Carlo Pesenti nella proprietà effettiva della “Italcementi”.

Ma questo era ancora il meno. Si dava il caso che la “Italcementi”, a sua volta, possedesse al cento per cento la “Italmobiliare”, una holding che, a sua volta, possedeva un altro grosso pacchetto di azioni “Italcementi”, nonché, fatto ancora più importante, i pacchetti azionari di controllo di un gruppo di banche quali la “Provinciale Lombarda”, il “Credito Commerciale”, 1′ “Istituto Bancario Italiano” (IBI) e il “Credito Legnanese”.

In definitiva: chi si impadroniva della “Bastogi” diventava praticamente padrone anche della “Italcementi” a mezzadria con Carlo Pesenti e, come se non bastasse, metteva le mani su quattro, solidissime banche lombarde. Senza contare che, sempre attraverso la “Bastogi”, diventava proprietario di un’altra serie di società finanziarie, industriali e assicurative di prima importanza. Sarebbe a dire che diventava il padrone di una grossa fetta della finanza e dell’industria nazionale.

C’era di che fare impazzire il mondo finanziario, industriale e politico italiano, anche per le modalità scelte per condurre l’operazione, vale a dire il sistema OPA (Offerta Pubblica d’Acquisto), un sistema che, normalmente adottato sui mercati finanziari anglo-americani, era praticamente sconosciuto in Italia. Un sistema che, tra l’altro, consentiva ai veri ispiratori, manovratori e finanziatori dell’operazione di restare al coperto.

Una “Offerta Pubblica d’Acquisto” (OPA) viene infatti lanciata da una banca che si presenta in veste di underwriter, vale a dire di sottoscrittore di una certa cifra finalizzata all’acquisto di determinati capitali azionari. Il che garantisce l’autenticità e la serietà dell’operazione, perché la banca underwriter, al momento in cui lancia l’OPA, deve avere i capitali necessari già depositati nelle sue casseforti. Di chi siano poi questi capitali, e da dove provengano, non ha importanza ai fini legali dell’operazione.

E  adesso,  fornite queste  necessarie   spiegazioni,  ecco  i  fatti.

Il 13 settembre 1971, la banca tedesca “Westdeutsche Landesbank Girozentrale”, lanciò una OPA finalizzata all’acquisto di venti milioni di azioni “Bastogi”, al prezzo unitario di lire 2.800 per azione: mille lire in più della quotazione corrente di borsa.

Tradotto in soldi, ciò significa che la banca tedesca aveva a disposizione il capitale necessario, vale a dire 56 miliardi di lire, quasi 350 miliardi in lire di oggi.

Di fronte a questa sensazionale offerta, scoppiò il finimondo e tutti si chiesero chi ci poteva essere dietro un’operazione del genere. E subito si disse che c’era Sindona. Il quale non negò mai di essere lui il manovratore dell'”OPA Bastogi”, ma si rifiutò sempre di fare i nomi dei suoi soci e finanziatori.

Il clamore che si levò fu enorme. Scrisse in quei giorni Eugenio Scalfari (L’Espresso del 26 settembre 1971): «Chi c’è dietro Sindona? Ecco la prima domanda, Ufficialmente c’è la “Westdeutsche Landesbank Girozentrale”, una delle più grandi banche pubbliche di Germania, in veste di underwriter dell’operazione. Ma come è composto, da chi è capeggiato il gruppo degli effettivi aspiranti al controllo della “Bastogi”? Siamo dinanzi al primo mistero. Sindona si rifiuta ostinatamente di fare il nome del gruppo straniero che è dietro di lui e i suoi avversari sferrano su questo punto il primo attacco: se tace il come vuol dire che l’innominato è poco presentabile o addirittura inesistente».

Oggi possiamo ben dire che Scalfari aveva intuito come vedremo, la verità: e cioè che dietro Sindona c’era un “innominato” poco “presentabile” o addirittura “inesistente”. Ma ne riparleremo.

L’importanza e la gravità dell’operazione, che metteva in discussione e in pericolo le posizioni di potere di gran parte della finanza e della industria più tradizionali della Lombardia e dell’Italia, determinò il fulmineo coagularsi di un “fronte” anti-Sindona facente capo ad Enrico Cuccia che, da quel momento in poi, diventerà il più duro oppositore del finanziere siciliano.

Fu così che anche Guido Carli, allora Governatore della Banca d’Italia, inizialmente rimasto neutrale di fronte alla “OPA Bastogi” manovrata da Michele Sindona, fu costretto a prendere posizione. Ecco che cosa raccontò in proposito Guido Carli alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul “caso Sindona” nella seduta del 28 gennaio 1981: «Il metodo con cui fu condotta l’OPA Bastogi si imperniava su  offerte di prezzi largamente eccedenti quelli di mercato… L’assenza di qualsiasi proporzione fra i prezzi offerti e quelli di mercato, indusse in me la convinzione che l’operazione si proponesse obiettivi di dominio e che quindi fosse mio dovere contrastarla. E così feci». E ancora: «Se il programma dei fautori dell’OPA fosse stato realizzato, si sarebbe costituita una delle maggiori, forse la maggiore delle società finanziarie europee. Ne sarebbe derivata una concentrazione di potere esorbitante».

Andò a finire che il fronte anti-Sindona riuscì a bloccare l’afflusso delle offerte di azioni “Bastogi” alla banca tedesca e il 17 ottobre 1971, ultimo giorno valido per 1′ “offerta pubblica di acquisto”, la Westdeutsche Landesbank comunicò che il traguardo prestabilito di 20 I milioni di azioni “Bastogi” non era stato raggiunto (in totale erano arrivate offerte per 12 milioni e 800.000 titoli) e che quindi, secondo la proposta originaria, l’operazione lanciata il 13 settembre veniva considerata conclusa senza risultato alcuno.

Ma l’allarme attorno alle iniziative di Sindona restò vivissimo, perché le domande di fondo erano rimaste senza risposta; chi c’era con Sindona o dietro Sindona? E, soprattutto, da dove venivano quei miliardi (350, ripetiamo, in lire attuali) che erano stati depositati presso la banca tedesca per condurre 1′”OPA Bastogi”?

Oggi abbiamo delle risposte, ma allora nessuno riuscì a capirci niente. Nemmeno ci si accorse che a condurre tecnicamente l’operazione era stato Roberto Calvi. Anche questo particolare, infatti, è emerso solo dieci anni più tardi. Lo ha riconosciuto apertamente lo stesso Sindona dopo l’assassinio di Calvi. Lo ha dichiarato anche Carlo Calvi, figlio del banchiere assassinato, in una intervista a Panorama del 29 novembre 1982: «Sindona ha spesso sfruttato la capacità finanziaria di mio padre. Vuole un esempio? Si è sempre detto e saputo che la famosa OPA Bastogi era stata una idea di Sindona. Non è vero. Quella operazione la ideò e la realizzò mio padre, anche se ufficialmente la paternità fu di Sindona».

Ma Sindona e Calvi volevano dire anche Marcinkus, e, con loro tre, i legami mafiosi di Sindona, la ragnatela bancaria internazionale di Sindona, le finanze vaticane e lo IOR, 1′ “Ambrosiano”, le consociate estere del gruppo. Un complesso di cervelli, di iniziative, di strumenti tesi all’assalto di posizioni di potere sempre più forti e consistenti.

Tanto è vero che non si erano ancora spenti gli echi della “OPA Bastogi’, che un’altra notizia, meno importante ma molto significativa, giunse a turbare nuovamente il mondo politico e finanziario italiano: l’acquisto, da parte di Sindona, del Rome Daily American, il quotidiano di lingua inglese che si stampa nella Capitale e che, ovviamente, rispecchia le opinioni e gli interessi non solo della collettività americana in Italia, ma anche quelli, ben più importanti, della classe dirigente di Washington.

Operazione “Rome Daily American”.

L’operazione venne conclusa alla fine dell’ottobre 1971. Il giornale stava attraversando un momento particolarmente difficile e arrivò Sindona a rilevarlo e a risanarlo. Manco a dirlo, il banchiere siciliano venne  nominato  presidente  della  società editrice.

Per l’occasione, negli ambienti politici romani non si mancò di fare notare che l’intervento di Sindona nell’opera di salvataggio del Rome Daily American era stato sollecitato sia dall’ambasciatore USA in Italia Graham Martin, sia dalla “stazione” romana della CIA, tramite il generale americano Sory Smith, già responsabile del Military Assistence Advisory Group presso il governo italiano.

E questi particolari contribuirono non poco a rafforzare negli ambienti interessati la convinzione che Sindona era in grado di operare a suo piacimento, su scala nazionale e internazionale, grazie a legami e protezioni di ogni genere e ad altissimo livello.

Operazione “Generale Immobiliare”.

Come già raccontato, nei due anni precedenti Michele Sindona e Paul Marcinkus, che per un complesso di circostanze determinate spesso e volentieri dalle loro eccezionali capacità manovriere, erano diventati gli uomini di fiducia del Vaticano (che intendeva liberarsi delle proprietà e degli investimenti italiani per reinvestire i suoi capitali sui mercati dell’eurodollaro), si erano impegnati a condurre a termine la vendita delle azioni della Società Generale Immobiliare (che, dopo ripetuti aumenti di capitale, assommavano a poco più di 90 milioni di azioni) in possesso della Santa Sede.

In realtà, era stato Sindona ad accollarsi in prima persona la responsabilità di questa vendita. Nel maggio del 1979, infatti, la “Fasco A.G.” di Eschen (Liechtenstein), la società capo gruppo dell’ “impero” sindoniano aveva stipulato con monsignor Sergio Guerri, responsabile della APSA (Amministrazione Patrimonio Sede Apostolica), un contratto in base al quale la società, tramite la sua sussidiaria “Distributor Holding”, dislocata in Lussemburgo, si impegnava ad acquistare in un prossimo futuro (la data infatti non veniva fissata) circa 90 milioni di azioni della Società Generale Immobiliare, che, in quel momento, avevano una quotazione oscillante tra le 325 e le 350 lire. Il che significava che per acquistare quelle azioni, l’acquirente avrebbe dovuto sborsare, più o meno, 32 miliardi dell’epoca.

Ebbene, cosa davvero stupefacente, la “Fasco”, vale a dire Sindona, si era impegnata invece a pagare le azioni un dollaro l’una. Ora se si tiene presente che, sempre a quell’epoca (anno 1970), il dollaro valeva 625 lire circa al cambio ufficiale, si deve concludere che Sindona aveva offerto per ogni azione il doppio del suo valore: 90 milioni di dollari.

Perché mai Sindona offrì al Vaticano un prezzo così alto per l’acquisto delle azioni della Generale Immobiliare?

A questa domanda non è mai stata fornita una risposta precisa e documentata: e tanto meno da Sindona, che su questo argomento tiene ancora adesso la bocca chiusa. Oggi però che sono trascorsi oltre dieci anni da questi avvenimenti e molte vicende, a lungo rimaste segrete, sono venute o stanno venendo alla luce, son possibili alcune ipotesi molto concrete.

La prima,  fondamentale,  è che  Sindona  sapeva  di poter  disporre  di una “miniera” di dollari “facili”, o comunque facilmente reperibili. Una “miniera” la cui ubicazione comincia ormai a delinearsi chiaramente, e della quale parleremo più avanti nel corso di questa nostra relazione.

La  seconda  ipotesi (ma più  di una ipotesi  si tratta  di una  certezza) che quella straordinaria offerta Sindona la formulò in pieno accordo con monsignor Marcinkus, allora già propresidente dello IOR, che da un’operazione del genere poteva trarre solo una valorizzazione della sua influenza nella amministrazione dei beni vaticani e, in termini più lati, in tutta la Santa Sede.

L’operazione infatti andò in porto, sia pure nell’arco di due anni e dopo un inizio alquanto burrascoso perché proprio alla fine del 1970 il grande protettore statunitense di Sindona e Marcinkus, David Kennedy, era finito in un mare di guai. E non solo Sindona riuscì, tramite la “Distributor Holding”, a rilevare al prezzo pattuito circa 90 milioni di azioni della Generale Immobiliare di proprietà del Vaticano, ma recuperò anche, sborsando altri 9.800.000 dollari, le azioni della “Immobiliare” già acquistate dal suo amico americano Charles Bludhorn.

Operazione “Franklin”.

Il 23 maggio 1972, Michele Sindona invitò a colazione, nel prestigioso ed esclusivo “Recess Club” di Wall Street, a New York, una ventina di personalità del mondo bancario statunitense, ed annunciò che era sua intenzione effettuare un investimento, anche di 25 milioni di dollari, pur di acquistare il controllo di una società americana di qualche peso.

Uno dei presenti chiese allora a Sindona quale fosse la provenienza del denaro che intendeva investire negli Stati Uniti. E il banchiere siciliano rispose che “il progettato investimento” veniva fatto nell’interesse e per conto di un gruppo di finanziatori che intendevano mantenere l’incognito.

Tale episodio apparve nelle cronache del “Wall Street Journal”, il più autorevole organo della borsa americana.

Il fatto è che la decisione annunciata da Sindona di immettersi operativamente nella piazza finanziaria, sempre molto esclusiva di New York, aveva sollevato molti commenti e molte perplessità, soprattutto perché non erano pochi quelli che conoscevano i rapporti che il banchiere italiano aveva creato e mantenuto negli anni precedenti con le potenti famiglie mafiose della costa atlantica.

Ma la diffusa ostilità che lo circondava non impedì a Sindona di attuare i suoi piani.

Nel luglio del 1972, infatti, poche settimane dopo la famosa cena al “Recess Club”, si venne a sapere che Sindona puntava all’acquisto della “Franklin National Bank”, la diciannovesima degli Stati Uniti in ordine di importanza, con depositi per tre miliardi e mezzo di dollari, il cui pacchetto azionario era al cento per cento nelle mani di una finanziaria, la “Franklin New York Corporation”, che, a sua volta, era controllata dalla “Loew’s Corporation”, una antica holding presieduta in quel periodo da un discusso finanziere, Laurence A. Tisch.

Va anche aggiunto che, sulla piazza di New York, la “Loew’s” non godeva di molto credito, anche per le voci ricorrenti circa i rapporti non sempre cristallini intercorsi tra i suoi dirigenti e la potente famiglia mafiosa del noto gangster Meyer Lansky che, vedi caso, era il “superpadrino” di Vito Genovese e di Joe Adonis, i due capi banda mafiosi che negli anni Sessanta avevano spalancato a Sindona le porte dell’America.

In questo contesto molto equivoco, Sindona condusse in porto la sua operazione mantenendo sempre su ogni sua mossa una pesante coltre di mistero.

Ma si venne comunque a sapere che l’operazione veniva attuata, per quanto riguarda gli aspetti legali, dallo studio “Mudge-Rose-Guthrie & Alexander” del quale, fino alla sua elezione a Presidente degli Stati Uniti nel novembre del 1968, era stato socio l’avvocato Richard Nixon, grande amico di Sindona. E per quanto riguardava poi la parte tecnico-finanziaria, si seppe che Sindona stava passando attraverso la “Kuhn, Loeb & Co.”, la più potente banca d’affari ebraica di New York.

Non appena giunse in Europa la notizia che il gruppo Sindona era in trattative con la “Loew’s” per ottenere il controllo della Franklin Bank, gli avversari del finanziere siciliano si mobilitarono.

Il primo a prendere posizione fu André Mayer, l’uomo di punta della potente banca franco-americana “Lazard Frères” . Mayer non si limitò a protestare verbalmente, ma con comunicazioni scritte fatte arrivare ai maggiori esponenti della comunità finanziaria d’Europa e d’America, tra i quali il boss della Mediobanca, Enrico Cuccia, sostenne che il tentativo sindoniano di acquistare il pacchetto di controllo della “Franklin” aveva tutte le caratteristiche dell’operazione mafiosa, ossia non controllabile, e pertanto rappresentava in potenza un grave pericolo per l’intera business community. Per cui occorreva prendere provvedimenti.

Sulla scia di André Mayer, si mosse Lucio Rondelli, intimo di Cuccia e, nel 1972, amministratore delegato del “Credito Italiano”. In quel momento la banca italiana manteneva una linea di credito a favore della “Franklin”. Subito Rondelli avvertì la direzione della banca newyorkese che nel caso che Sindona si fosse impadronito del controllo dell’istituto, il “Credito Italiano” avrebbe sospeso con effetto immediato i rapporti di collaborazione, annullando la tradizionale linea di credito.

Anche l’organo di vigilanza delle borse USA, la “Securities and Exchange Commission” (Sec), si mosse alla notizia delle trattative tra la “Kuhn, Loeb” e la “Loew’s”.

Ma nonostante i malumori suscitati, i sospetti, gli interventi anche su scala internazionale per bloccare l’operazione, il 23 luglio 1972 i rappresentanti di Sindona versarono a Tisch, il presidente della “Loew’s”, un assegno di 40 milioni di dollari (circa 150 miliardi in lire attuali), in cambio dei quali il finanziere siciliano entrò in possesso del 21,6 per cento del capitale azionario della “Franklin New York Corporation” che, a sua volta, come già detto, era proprietaria al cento per cento, della “Franklin Bank”. Solo più tardi, attraverso una inchiesta del “SEC” si seppe che i 40 milioni di dollari erano arrivati in partenegli Stati Uniti attraverso succursali della Banca Nazionale del Lavoro, per tramite di una società “Capitalfin” di Nassau che, oggi lo sappiamo, era comproprietà, allora, della Montedison, della IFI (FIAT), dell’ENI e della Banca Nazionale del Lavoro e che aveva, infatti, quale presidente, il dottor Alberto Ferrari, contemporaneamente direttore generale della Banca Nazionale del Lavoro, e che più tardi risulterà iscritto, come Sindona, alla “P2” .

Non solo: ma si venne anche a sapere che l’acquisto era stato effettuato per conto della “Fasco International” del Lussemburgo, di cui era presidente Sindona, ma nel cui consiglio di amministrazione era presente quel David Kennedy, già presidente della “Continental Illinois Bank” di Chicago, già segretario al Tesoro della prima amministrazione Nixon e, particolare importante, grande protettore di Paul Marcinkus, diventato nel frattempo presidente dello IOR. Indiscutibilmente un  quadro  molto interessante.

L’acquisto della “Franklin Bank” da parte di Sindona scatenò una serie di pesanti reazioni.

Ne citiamo una per tutte. Quella dell’autorevolissimo “Wall Street Journal” che in data 30 luglio 1972 scrisse: «Con quali capitali, in definitiva, Michele Sindona ha acquistato un milione di azioni, pari al 21,6 per cento del capitale, per un valore di 40 milioni di dollari di una banca che, in ordine di grandezza, è al 19° posto negli Stati Uniti?».

Già, con  quali capitali?

In effetti, fu quello l’interrogativo al centro dei commenti, non solo in America ma anche in Italia. Carlo Pesenti, presidente dell’Italcementi, disse: “Non riesco a capire come fa Sindona a procurarsi cifre folli nel giro di 24 ore. È davvero un “mistero”.

E continuò a essere un mistero. Per cercare di chiarirlo, il corrispondente del settimanale // Mondo, Mauro Lucentini, intervistò Sindona a New York nell’ottobre del 1972.

Lucentini chiese a Sindona di spiegare l’origine dei fondi utilizzati e gli riferì le “voci” che correvano a Wall Street, negli ambienti finanziari. Ed ecco la risposta di Sindona: «Tutte le voci assurde, nate solamente dall’abitudine di vedere qualche cosa di losco in ogni operazione in cui sia necessario il segreto. Ma il segreto è indispensabile, non fosse altro perché ci sono mille interessi legittimi da proteggere».

La risposta, ovviamente, non soddisfece la curiosità del giornalista italiano. E Lucentini commentò: «Se si parla con alcuni di questi banchieri e finanzieri newyorkesi, si ha l’impressione che l’insediamento permanente di Sindona a capo della Banca “Franklin”, un istituto con una massa di depositi di tre miliardi e mezzo di dollari, abbia suscitato un imprecisabile senso di allarme. Qualcuno esprime su Sindona e sulle sue attività americane giudizi poco caritatevoli: ‘Non vorrei che si parlasse di me nei circoli bancari americani come ho sentito parlare del signor Sindona’, mi ha detto un noto personaggio di Wall Street».

Ma Sindona non si cura della marea ostile che monta contro di lui. Sa di avere dalla sua parte il Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, il suo “ambasciatore finanziario itinerante” David Kennedy e altri potenti personaggi del governo, e continua a camminare con il vento in poppa.

Operazione “Talcott”

Non si è ancora spenta l’eco dell'”operazione Franklin” che Sindona è di nuovo all’attacco. Nell’aprile del 1973, infatti, Sindona acquista, sempre attraverso i soliti organismi legali e finanziari, una delle maggiori società specializzate in factoring (prefinanziamento delle fatture), la “Talcott National Co.” di Chicago: spesa 24 milioni di dollari. Nel commentare il nuovo clamoroso episodio, uno dei capi della “Chase Manhattan Bank” dichiara il 9 aprile 1973 al “Wall Street Journal”: «Questi italiani non solo sono carichi di dollari, ma sembrano avere imparato, qui in America, tutti i trucchi inventati durante gli anni Sessanta per l’assorbimento delle aziende».

A sua volta 77 Mondo (19 aprile 1973), nel dare notizia dell’acquisto della “Talcott”, scrive (corrispondenza di Mauro Lucentini da New York): «Un punto oscuro rimane la provenienza del denaro: Sindona non ha ritenuto opportuno dire altro, se non che il denaro, circa 24 milioni di dollari, proviene dalla sua Holding di base nel Lussemburgo, la “Fasco International”».

Le operazioni sui cambi

Illustriamo, prima di tutto, a beneficio dei “non addetti ai lavori”, che cosa è una operazione sui cambi. Si tratta sostanzialmente di speculazioni, più che lecite, che vengono attuate soprattutto tra banca e banca: la banca “X” si impegna con la banca “Y” di ritirare presso quest’ultima, di lì a qualche mese, una data somma in valuta (dollari, sterline, marchi e così via) a un prezzo che viene convenuto al momento della stipula del contratto. Che cosa succede, allora, al momento in cui scadono i termini della operazione? Molto semplice: mettiamo che la banca “X” abbia stabilito con la banca “Y” di acquistare, di lì a tre mesi, un milione di dollari al prezzo convenuto di 1.700 lire al dollaro (quotazione attuale). Ebbene, se alla scadenza dei termini il dollaro varrà più di 1.700 lire, la banca “X” avrà fatto un buon affare perché sarà entrata in possesso di un milione di dollari il cui valore risulterà maggiore del prezzo pagato. E ci avrà rimesso la banca “Y”. Se la quotazione, invece, sarà risultata inferiore, ci avrà rimesso la banca “X” (acquirente a 1.700 lire) e ci avrà guadagnato la banca “Y”, venditrice.

Chi gioca partite del genere, naturalmente, deve operare sulla base di complesse valutazioni e previsioni, di natura finanziaria, economica, politica, perché nulla vi è di più mutevole delle oscillazioni dei cambi sui mercati internazionali. Per di più, deve giocare avendo sempre a disposizione, in contanti, o comunque garantite, le somme necessarie per onorare gli impegni presi.

Fornita questa spiegazione, veniamo ora alla operazione sui cambi che ci porta a Sindona.

Per operare in questo settore, Michele Sindona aveva costruito la “Moneyrex” (Euromarket Money Brokers), vale a dire una società di intermediazione monetaria, e ne aveva affidato la direzione tecnica a Carlo Bordoni, un tipo poco raccomandabile, già licenziato in tronco dalla filiale di Milano della “First National City Bank of New York” perché, quale responsabile della sezione cambi, aveva abusivamente speculato con il denaro della banca, dirottando i profitti sul suo conto personale e scaricando le perdite sull’istituto di credito. Un elemento, in definitiva, fatto su misura per Sindona che, in fatto di etica e di morale, ha sempre lasciato molto a desiderare.

Ebbene, il 17 gennaio 1973, Carlo Bordoni, agendo per conto della “Moneyrex”, stipulò un contratto di compravendita di valuta con la “International Westminster Bank” di Francoforte (che fa parte del gruppo “National Westminster Bank” di Londra): dollari contro lire per un ammontare di circa 125 milioni di dollari. Una tipica “operazione a termine”: con quel contratto, infatti, la “Moneyrex” si impegnava ad acquistare, di lì a sei mesi, tra il 19 e il 31 luglio successivo, 125 milioni di dollari al prezzo convenuto di 601,80 lire.

Sempre nella stessa giornata, Bordoni stipulò un contratto identico con la filiale parigina della “First National Bank of Boston”: dollari contro lire, scadenza 19/31 luglio successivo, per un totale di 13 milioni di dollari a 601,80 lire al dollaro.

Totale: 138 milioni di dollari del 1973, che, in lire attuali, rappresentano circa 500 miliardi.

Ed ora, attenzione: alla data del 17 gennaio 1973, avviare una operazione sui cambi di quella portata, offrendo lire in cambio di dollari, costituiva una autentica pazzia. Il motivo è presto detto. Posto che l’obiettivo era quello di puntare su un aumento del valore del dollaro nei confronti della lira tra il gennaio e il luglio successivo, e quindi, in definitiva su una svalutazione della lira nei confronti del dollaro, si dava il fatto che, all’inizio del 1973, la moneta italiana era considerata una moneta sufficientemente solida, anche perché l’annata precedente (1972) si era chiusa in termini economicamente positivi, con un attivo di oltre 800 miliardi per quanto riguardava la bilancia dei pagamenti, partite correnti.

In altre parole:, offrendo 601,80 lire (più spese) per dollaro in data 17 gennaio, Michele Sindona rischiava, il 19 luglio successivo, di pagare 601,80 lire (sempre più le spese) una moneta che, a lume di logica, avrebbe potuto valere alcune lire in meno. Rimettendoci cosi, date le cifre in gioco, una barca di miliardi.

Invece, guarda caso, tre giorni dopo, il 20 gennaio 1973 si verificò un fatto di eccezionale importanza, tale da offrire una logica giustificazione alla operazione sui cambi avviata da Sindona: il governo presieduto da Giulio Andreotti, sulla base di considerazioni di carattere monetario internazionale, decise di abbandonare l’ormai convalidato sistema dei “cambi fissi”, e varò quello del “doppio mercato dei cambi”. In poche parole, il governo Andreotti cessò di sostenere la lira nei confronti delle altre monete e lasciò che seguisse le oscillazioni di mercato: un provvedimento, questo, che venne subito interpretato come premessa ad una inevitabile svalutazione della moneta nazionale.

E infatti la conseguenza immediata del provvedimento preso dal governo Andreotti fu che il dollaro, che al 20 gennaio 1973 oscillava attorno alle 600 lire, balzò in pochi giorni a quota 625.

Il che, per Sindona, significava, sin dai primi giorni dell’operazione, un guadagno di circa 25 lire moltiplicato per 138 milioni di dollari, vale a dire 3 miliardi e mezzo di lire (circa 20 miliardi di oggi). Sembra quindi logico dedurne che Sindona fosse stato preventivamente informato del provvedimento che il presidente Andreotti stava varando.

Il che spiega (e torniamo così ai motivi che ci hanno portato a ricostruire questa complessa “operazione sui cambi”) la facilità con cui Michele Sindona riuscì a ottenere, in quella circostanza, le indispensabili garanzie che gli erano necessarie, nei confronti delle due banche di Francoforte e di Parigi, per stipulare i relativi contratti per un totale, 10 ripetiamo, di 138 milioni di dollari (500 miliardi di lire attuali).

Ma circa le garanzie ottenute saremo più precisi nel quarto capitolo “I dollari facili”.

Per concludere intanto questa documentazione sulla “operazione cambi” condotta da Sindona nel 1973 è necessario aggiungere alcuni particolari che comprovano l’enorme, e misteriosa, disponibilità di mezzi a disposizione del banchiere siciliano in quel periodo. Va detto, infatti, che quella specifica operazione ebbe dei risultati disastrosi, perché nel primo semestre del 1973, anziché rafforzarsi anche nei confronti della lira, il dollaro subì un tracollo su scala internazionale (per motivi che in questa sede sarebbe troppo lungo specificare), per cui alla data del 19 luglio, Sindona si trovò a pagare, oltre le perdite, anche le grosse somme determinate dall’accumularsi degli interessi.

Ma questo insuccesso non lo fermò e, per rifarsi, si gettò in ulteriori operazioni sui cambi per cifre sempre più alte, fino ad un totale raggiunto nella primavera del 1974, di oltre quattro miliardi di dollari. 11 che contribuirà non poco a determinare il suo crollo definitivo.

Operazione “Finambro”

L’incredibile storia della “Finambro” iniziò il 26 ottobre 1972, allorché due anonimi cittadini, la casalinga Maria Sebastiani e il commerciante di mobili palermitano Cosimo Viscuso, fondarono la società per azioni “Finambro” con un capitale di un milione di lire.

Sette mesi dopo, il 6 giugno 1973, l’assemblea straordinaria della “Finambro” S.p.A. deliberò l’aumento del capitale sociale da un milione a 500 milioni e poi, subito dopo, da 500 milioni a 20 miliardi.

Ottenuta l’autorizzazione del Comitato per il credito e il risparmio, la “Finambro”, che fino a quel momento non aveva svolto nessuna attività, acquistò il pacchetto azionario della “Banca Generale di Credito”, un piccolo istituto con uno sportello a Trezzano sul Naviglio, fondata dal noto costruttore edile Renzo Zingone. Prezzo d’acquisto: due miliardi.

Iinteressante osservare che negli anni seguenti le indagini di polizia permisero di stabilire che Trezzano sul Naviglio, punto di riferimento di molti elementi mafiosi originari della Sicilia, era stato il centro operativo di clamorosi sequestri di persona.

A questo punto, come di consueto, di fronte al vertiginoso sviluppo della S.p.A. di Cosimo Viscuso, in piazza degli Affari, a Milano, cominciarono a domandarsi chi stava alle spalle del commerciante siciliano. Chi lo manovrava?

La risposta non tardò a venire. E fu il medesimo Sindona a far sapere che l’effettivo proprietario della “Finambro” era lui e soltanto lui. Il riconoscimento di proprietà di Sindona trovò infatti una pronta spiegazione il 2 agosto 1973. Quel giorno si tenne una nuova assemblea straordinaria della “Finambro” che approvò un ulteriore aumento di capitale da 20 a 160 miliardi. Un aumento, questo, che, se approvato dal Comitato per il credito, avrebbe collocato la “Finambro” ai primissimi posti, per entità di capitale, fra le finanziarie italiane.

Non è questa la sede per approfondire quali fossero gli obiettivi che Sindona si proponeva di raggiungere con questa operazione: quello che interessa è che, per realizzarla, il banchiere siciliano aveva a disposizione la somma necessaria, vale a dire circa duecento milioni di dollari.

Consapevole infatti che l’operazione di aumento del capitale “Finambro” avrebbe incontrato, come infatti incontrò, una fortissima opposizione da parte del gruppo Cuccia La Malfa (il ministro La Malfa, in quel periodo, dirigeva il dicastero del Tesoro ed era quindi presidente in carica del Comitato per il credito che doveva approvare o meno la richiesta) Sindona, come del resto da lui stesso annunciato in una intervista rilasciata il 13 luglio 1973 al quotidiano 24 Ore, aveva effettuato, in relazione all’operazione, cospicui trasferimenti di valuta in Italia nell’ordine di decine di milioni di dollari. E aveva anche dichiarato che l’arrivo di questi capitali esteri in Italia rappresentava un indubbio beneficio per la nostra bilancia dei pagamenti.

L’annuncio di Sindona rispondeva al vero: l’Ufficio Italiano Cambi, l’organo pubblico che sovrintende i movimenti valutari con l’estero, ammise che una finanziaria del Lussemburgo, la “Capisec Holding S.A.”, aveva depositato una grossa somma in dollari in vista dell’aumento di capitale della “Finambro”. E la “Capisec”, superfluo dirlo, faceva capo a Michele Sindona e ai suoi soci Marcinkus e Calvi.

E’ quindi certo che, nell’agosto del 1973, Sindona aveva a disposizione, oltre le centinaia di milioni di dollari già investiti negli ultimi due anni nelle operazioni che abbiamo illustrato, altri duecento milioni di dollari (circa 800 miliardi attuali). Duecento milioni di dollari in contanti, sulla cui origine e provenienza, come al solito, nessuno era in grado di fornire chiarimenti di sorta.

L’aumento di capitale della “Finambro” non ebbe poi una conclusione positiva, sia per la decisa opposizione del gruppo Cuccia-La Malfa, sia per l’inizio del crollo sindoniano; ma resta il fatto che, ancora nella seconda metà del 1973, il banchiere siciliano aveva ancora a disposizione centinaia di milioni di dollari di misteriosa provenienza.

Possiamo quindi tirare una prima conclusione: anche senza considerare le centinaia di milioni di dollari che Sindona ebbe a disposizione, ma non utilizzò, per le operazioni “OPA Bastogi” e “Finambro”, e non calcolando i colossali fondi giostrati nelle speculazioni sui cambi, è certo che solo nelle operazioni “Centrale”, “Generale Immobiliare”, “Franklin” e “Talcott”, il banchiere siciliano e i suoi soci Marcinkus e Calvi investirono oltre 180 milioni di dollari, corrispondenti a circa 700 miliardi di lire attuali.

Ma non furono quelli i soli investimenti di grossa portata attuati nel periodo 1971-1973 dal trio Sindona-Marcinkus-Calvi. Bisogna registrare, infatti, anche quelli che effettuò  Roberto Calvi, specie in Italia. E per documentare la portata e il significato di queste altre operazioni, occorre  tornare  al  1971, allorché  il pacchetto  azionario  di controllo della “Centrale Finanziaria”, acquistata nell’agosto di quell’anno dalla  sindoniana  “Distributor  Holding  S.A.”,  passò  nelle  mani  della “Compendium  Holding  SA.”.

La quale “Compendium”, si faccia bene attenzione, aveva un pacchetto azionario così suddiviso: 40% alla “Fasco” (Sindona e Marcinkus) 14% al “Banco Ambrosiano” (il pacchetto azionario più consistente era nelle mani dello “IOR”, vale a dire di Marcinkus), 20% alla “Banca del Gottardo” (la cui proprietà era divisa tra lo “IOR”, con il 60%, e T’Ambrosiano”, con il 40%).

Conclusione: diventando di proprietà della “Compendium”, la “Centrale”, in definitiva, restava, in maggioranza, sotto il controllo del tandem Sindona -Marcinkus, perché la “Compendium”, giova ripeterlo, era al 40% della “Fasco”, al 40% dell'”Ambrosiano”, mentre il 20% in mano alla “Banca del Gottardo”, era suddiviso tra lo “IOR” (60%) e l'”Ambrosiano” (40%).

Un dato di fatto, questo, molto importante, perché dal 1971 in poi si è universalmente creduto (complice l’impenetrabile segreto bancario svizzero) che la “Centrale”, passando nelle mani della “Compendium”, fosse diventata, in sostanza, proprietà dell'”Ambrosiano”, vale a dire una finanziaria sotto il controllo esclusivo di Roberto Calvi.

Il che ha fatto interpretare in una certa maniera, vale a dire nel senso di un prevalente interesse del “Banco Ambrosiano”, tutte le iniziative prese successivamente da Roberto Calvi.

Invece la realtà fu sostanzialmente diversa: dal 1971 al 1976, infatti (come si può capire anche analizzando i documenti dell’Ufficio Vigilanza della Banca d’Italia: Relazione Paladino sulla ispezione condotta al Banco Ambrosiano nel 1978, allegato 24), la “Centrale” restò di proprietà della “Compendium” e solo nel 1976, grazie ad una manovra che passò attraverso la “Cisalpine Overseas” di Nassau, divenne proprietà del “Banco Ambrosiano”.

Il che significa che le operazioni realizzate da Roberto Calvi con la “Centrale” tra il 1971 e il 1976, non furono realizzate per conto dell'”Ambrosiano”, ma per conto di Sindona e Marcinkus, che erano gli effettivi proprietari e controllori della “Compendium” e quindi della “Centrale”.

E tra queste operazioni, ci furono soprattutto quelle che negli anni successivi dovevano portare Calvi in galera e, forse, anche a finire impiccato a Londra, sotto un ponte del Tamigi: le operazioni “Credito Varesino”, “Banca Cattolica del Veneto”, “Toro Assicurazioni”.

Operazione “Credito Varesino”

Roberto Calvi, dunque, che nel dicembre del 1971 era diventato il capo indiscusso del “Banco Ambrosiano” assumendovi anche l’incarico di amministratore delegato (mentre il vecchio Presidente Carlo Canesi lasciava il posto a Ruggero Mozzana), si trovò ad affrontare il 1972 in una nuova posizione di prestigio e di ampia libertà di manovra. D’accordo con lui e con Marcinkus, infatti, Michele Sindona aveva elaborato, dopo il fallimento dell'”OPA Bastogi”, una strategia politico-finanziaria (che, come vedremo, lo trascinerà rapidamente alla rovina) ma che, intanto, l’aveva portato a trasferire il suo quartiere generale negli Stati Uniti. E Calvi si era così trovato a disporre non solo dell’Ambrosiano”, ma soprattutto di quella “Centrale Finanziaria”, che tutti credevano di proprietà dello “Ambrosiano” e che invece era, di fatto e di diritto, controllata da Sindona, Marcinkus e da lui stesso.

E fu in nome e per conto della “Centrale” che Calvi cominciò a mettere a segno i suoi colpi, dimostrando una capacità e un dinamismo senz’altro superiori a quelli che avevano fatto la fama di Sindona.

Il primo lo mise a segno nell’aprile del 1972. Cogliendo il momento opportuno, fornitogli dalla cosiddetta “signora di Milano”, al secolo Anna Bonomi-Bolchini, che stava attraversando un periodo di crisi, Calriuscì a mettere le mani sul pacchetto di comando del “Credito Varesino”, una solidissima banca controllata dalla famiglia Bonomi. Si trattava di 2.100.000 azioni, pari al 35 per cento dell’intero capitale azionario. Per addolcire il colpo, Calvi offrì a Carlo Bonomi, figlio ed erede della signora Anna, un posto nel consiglio di amministrazione della “Centrale”.

Costo  dell’operazione:  30 miliardi  e 500 milioni  (di  allora).

Operazione”Banca Cattolica del Veneto”

Quasi negli stessi giorni in cui andava in porto l’acquisto del “Credito Varesino” da parte della “Centrale”, Roberto Calvi realizzò un secondo formidabile colpo, sempre in nome e per conto della “finanziaria” controllata da lui stesso e dai suoi amici Sindona e Marcinkus: vale a dire l’acquisto del pacchetto azionario di controllo della “Banca Cattolica del Veneto”, altro istituto di credito di primaria importanza.

Su  questa  vicenda  si  potrebbe scrivere  un  romanzo giallo.

La “Banca Cattolica del Veneto”, infatti, era di proprietà dello “IOR” (che ne deteneva il 51,5 per cento del pacchetto azionario, vale a dire la maggioranza assoluta). Presidente dello IOR, nel 1972, era a tutti gli effetti monsignor Paul Marcinkus, mentre presidente della “Banca Cattolica del Veneto” era un noto finanziere del Vaticano, Massimo Spada.

Ebbene, lo “IOR”, vale a dire Marcinkus, non sollevò alcuna obiezione al tentativo condotto dalla “Centrale” (leggi: Calvi-Sindona-Marcinkus) di impossessarsi della “Banca Cattolica del Veneto”: si limitò a cedere alla “Centrale” solo il 37,5 per cento del pacchetto azionario in suo possesso, tenendosi il restante 14 per cento.

Così, ad operazione conclusa, la “Banca Cattolica del Veneto”, principale istituto privato di credito della regione, non fu più di esclusiva proprietà dello “IOR”, vale a dire del Vaticano, ma restò ugualmente nelle mani di Paul Marcinkus che, infatti, poteva controllarne il 37,5 per cento attraverso la “Centrale” (insieme a Calvi e Sindona) e, ancora attraverso lo “IOR”, il 14 per cento.

L’operazione, naturalmente, sollevò preoccupate critiche e inquietanti interrogativi negli ambienti vaticani e in quelli finanziari. Tra i più ostili fu il Patriarca di Venezia, cardinale Albino Luciani, che nel 1978 diverrà Papa con il nome di Giovanni Paolo I, e che morirà improvvisamente dopo appena un mese di pontificato.

Nessuno, però, allora (si era, ricordiamo, nel 1972) si rese conto della realtà: e cioè che la “Centrale” non operava per conto dell’”Ambrosiano”, come tutti credevano, ma per conto del trio Sindona-Marcinkus-Calvi. E così, nella convinzione che la “Cattolica del Veneto” fosse finita nelle mani dell'”Ambrosiano”, noto per essere la “banca dei preti”, anche il clamore suscitato dalla vicenda si affievolì e monsignor Marcinkus tornò a dormire sonni tranquilli.

Costo  dell’operazione:  poco  meno  di  55 miliardi  (di  allora).

Operazione “Toro”

Un terzo colpo Calvi lo mise a segno nel 1973, con il rastrellamento del 35,2 per cento delle azioni della “Toro Assicurazioni” di Torino.

Ma prima di entrare nel merito di questa operazione, vale la pena di soffermarsi ancora su quello che costituisce uno degli elementi basilari per la ricostruzione di tanti avvenimenti nel grande quadro della vicenda Ambrosiano-Loggia “P2” dal 1970 in poi: e cioè che nessuno, praticamente fino ad oggi, ha mai sospettato che la “Centrale” fu proprietà, fino al 1976, della “Compendium”, vale a dire di Calvi-Sindona-Marcinkus, e non dell'”Ambrosiano”. Di più: nessuno si accorse che la “Centrale”, per le sue operazioni, utilizzava capitali che non erano dell'”Ambrosiano”, e che avevano provenienze alquanto misteriose.

E  di  questa  realtà  esiste  una  prova documentata.

Nel settembre 1972, poiché si dava per scontato che la “Centrale” fosse semplicemente il braccio secolare dell'”Ambrosiano”, e che quindi le decine di miliardi utilizzati da Roberto Calvi per l’acquisto del “Credito Varesino” e della “Cattolica del Veneto” provenissero dall’Istituto diretto da Calvi, ecco che la banca di via Clerici venne accusata di sistematica violazione della legge bancaria del 1936. Una legge che proibisce alle banche dette “commerciali” (come appunto l'”Ambrosiano”) di fare investimenti a medio e lungo termine.

L’iniziativa venne presa da una trentina di grossi personaggi della finanza e della industria milanese, capeggiati dal Presidente delle Assicurazioni Generali, senatore Cesare Merzagora. I “30” indirizzarono infatti una esplicita richiesta al governatore della Banca d’Italia, Guido Carli, affinché questi, nella sua qualità di massima autorità dell’Ispettorato di Vigilanza sulle aziende di credito, ordinasse una ispezione al “Banco Ambrosiano”.

La clamorosa iniziativa, per la verità, venne quasi totalmente ignorata dalla grande stampa d’informazione. Soltanto un importante quotidiano svizzero, Le lournal de Genève, si soffermò sulla vicenda. Ecco cosa scrisse il quotidiano di Ginevra:

«Nei giorni scorsi noti esponenti del mondo finanziario e bancario italiano hanno richiamato l’attenzione del governatore della Banca d’Italia sulla posizione alquanto singolare del ‘Banco Ambrosiano’, lanciato dal suo amministratore delegato Roberto Calvi in una serie di operazioni avventurose e non eccessivamente ortodosse per una banca di depositi. Il ‘Banco Ambrosiano’, che sino ad un paio di anni fa era considerato uno degli istituti più tradizionali e cauti, ha ora acquistato le caratteristiche più evidenti della banca d’affari e della banca mista e ha realizzato un autocontrollo incrociato sul proprio capitale attraverso una serie di società svizzere e lussemburghesi di proprietà dello stesso ‘Ambrosiano’.

«L’amministratore delegato è diventato assolutamente incontrollabile e si giova di questa sua posizione anomala per impegnare l’istituto in operazioni in gran parte vietate dalla legge bancaria italiana.

«A riprova di quest’ultima affermazione vengono citati i seguenti esempi: primo, T’Ambrosiano’ ha acquistato il controllo della ‘Centrale’ e, suo tramite, di una serie di aziende industriali da essa controllate: in questo modo T’Ambrosiano’ ha realizzato i presupposti della banca ‘mista’, che la legge bancaria del 1936 vieta rigorosamente. Secondo: T’Ambrosiano’ ha fatto acquistare dalla ‘Centrale’, sua controllata, la “Banca Cattolica del Veneto’ e il ‘Credito Varesino’.

«Dalle notizie in nostro possesso, risulta che le proteste dell’ambiente finanziario contro Roberto Calvi sono state condensate in una lettera-denuncia diretta al governatore della Banca d’Italia, Guido Carli. Lettera-denuncia che il governatore sta esaminando».

Importante sottolineare che nel settembre del 1972 anche una personalità di primissimo piano della finanza italiana come Cesare Merzagora, era convinto che la “Centrale” fosse sotto il controllo dell’Ambrosiano”.

Ma l’esplicito invito rivolto da Merzagora e dagli altri trenta personaggi al Governatore della Banca d’Italia non provocò iniziative di sorta nei confronti dell”Ambrosiano”.

Si mosse, invece, Roberto Calvi: facendo pubblicare, il 15 ottobre, su numerosi quotidiani, un comunicato che, riletto oggi alla luce di quanto è poi venuto, e sta venendo, alla luce, costituisce un autentico capolavoro di abilità dialettica perché riuscì a dire tutto quello che si voleva dire e a tacere tutto quello che andava taciuto.

Ecco il testo: «Non esiste incompatibilità fra l’attività della Centrale Finanziaria e quella del Banco Ambrosiano, istituto di credito ordinario. Infatti i capitali dei quali la Centrale si serve per esercitare la sua funzione di banca d’affari (capitali, cioè, a medio e lungo termine) NON PROVENGONO DAL BANCO AMBROSIANO, i cui depositi debbono, per legge, essere impiegati soltanto in investimenti a breve termine. IL COLLEGAMENTO BANCO AMBROSIANO CENTRALE FINANZIARIA, QUINDI, È DA RITENERSI LEGITTIMO».

Il che venne inteso, anche dagli addetti ai lavori, come segue: i capitali di cui si serve la “Centrale” non vengono dall'”Ambrosiano”, per cui non esiste incompatibilità tra l’attività della “Centrale” e l’”Ambrosiano”. Il collegamento tra “Ambrosiano” e “Centrale” è quindi da ritenersi legittimo.

Il trucco stava tutto nel termine “collegamento”, introdotto abilmente per lasciare intendere un rapporto di “proprietà” tra “Ambrosiano” e “Centrale” che non esisteva se non, come abbiamo già spiegato, quale spiegazione minoritaria dell'”Ambrosiano” alla “Compendium”, effettiva proprietaria della “Centrale”.

E  il messaggio truffa raggiunse  lo  scopo,  avvalorando  così  la  convinzione che il “collegamento-proprietà” tra l'”Ambrosiano” e la “Centrale” era legittimo, e quindi non in contrasto con la legge del 1936, perché i capitali di cui si serviva la “Centrale” non venivano dell'”Ambrosiano”. Il che, in definitiva, almeno per quegli anni, era rigorosamente vero.

Solo una attenta ispezione della Banca d’Italia, come richiesta da Merzagora e dagli altri firmatari della lettera a Guido Carli, avrebbe potuto fare luce sull’imbroglio. Invece Guido Carli non esitò, tra l’altro, a difendere a spada tratta la correttezza e l’abilità professionale di Roberto Calvi. Solo uno dei componenti del Consiglio di Amministrazione della “Centrale”, Evelyn de Rothschild, annusò qualcosa di losco e diede le dimissioni, venendo subito sostituito da Calvi con il finanziere veneto Mario Valeri Manera.

Fallito così il tentativo di bloccare le oscure attività della “Centrale”, Calvi (e alle sue spalle il duo Sindona-Marcinkus) si sentì spronato a continuare nell’opera di conquista di nuove società, bancarie o no.

Nella primavera del 1973, infatti, l’amministratore delegato dell'”Ambrosiano” diede il via ad una nuova e complessa operazione che richiedeva l’investimento di decine di miliardi di lire: il controllo della “Toro Assicurazioni” di Torino.

Agli occhi dei padroni, palesi e occulti, della “Centrale”, l’importanza della “Toro” non consisteva solamente nel fatto di essere una delle maggiori compagnie di assicurazione del Paese. A rendere appetibile la “Toro” erano anche le grosse partecipazioni, di diversa natura, che gonfiavano il suo portafoglio titoli: tra cui, ad esempio, i pacchetti di controllo della “Banca Mobiliare Piemontese”, della “Banca Rosemberg & Colorai”, del “Banco di Imperia”, della “Banca Vonwiller”, nonché il 5,5 per cento della “Banca Cattolica del Veneto”, e anche un grosso quantitativo di azioni dello stesso “Banco Ambrosiano”.

L’operazione mirante a impadronirsi del controllo della società proseguì per alcuni mesi, dato che le azioni “Toro” erano diffuse capillarmente, con pochi azionisti di un certo peso. Comunque, quando alla fine del 1973 si tirarono le prime somme dell’operazione, la “Centrale” poteva già contare su un robusto pacchetto pari al 35,2 per cento dell’intero capitale “Toro”: non era ancora la maggioranza, ma era pur sempre il pacchetto più consistente’ in proprietà di un solo azionista.

Costo  dell’operazione:  40 miliardi,  di allora.

E ora riassumiamo: nel triennio 1971-1973, mentre Sindona conduceva a termine le operazioni “Centrale”, “Franklin Bank”, “General Immobiliare” e “Talcott”, investendo complessivamente oltre 180 milioni di dollari (pari a circa 700 miliardi attuali), Roberto Calvi procedeva, attraverso la “Centrale”, alla conquista del “Credito Varesino”, della “Banca Cattolica del Veneto”, e della “Toro Assicurazioni”, sborsando oltre cento miliardi dell’epoca, pari a circa seicento miliardi di oggi.

Totale, in lire attuali: oltre milletrecento miliardi (pari a circa 350 milioni di dollari dell’epoca).

Da notare che, in questa ricostruzione delle “imprese” realizzate in quel periodo dal gruppo Sindona-Marcinkus-Calvi, ci siamo limitati a considerare le più note e le più clamorose, escludendone numerosissime altre, sempre per importi rilevanti: per esempio, l’acquisto fatto nell’aprile del 1973 da Calvi, attraverso la “Compendium”, di una grossa partecipazione azionaria della statunitense “Union Commerce Corporation”, holding bancaria che possedeva la totalità delle azioni di due banche: le “Union Commerce Bank” e la “Southern Ohio Bank”. Costo dell’operazione: 15 milioni e 600.000 dollari (altri 50 e passa miliardi attuali).

Siamo così giunti, ricostruendo gli avvenimenti iniziati nel 1969 con l’incontro tra Sindona e Marcinkus (che dovevano poi sfociare nelle ancora più complesse e misteriose vicende della “Loggia P2”), alla fine del 1973, l’anno che vide il culmine della espansione, sulla base di attività lecite e illecite, su scala nazionale e internazionale, del gruppo Sindona-Marcinkus-Calvi.

E questa ricostruzione consente di formulare una prima conclusione: in quei quattro anni, sia pure considerando solamente le operazioni documentate nella presente relazione, il gruppo effettuò investimenti in contanti per oltre milletrecento miliardi attuali, mentre, nelle speculazioni sui cambi, Sindona passava, attraverso le sue banche, da un movimento complessivo di 10,7 milioni di dollari nel novembre del 1970 a 422,5 milioni di dollari nel 1972, fino a superare i quattro miliardi di dollari nel novembre del 1973. E quattro miliardi di dollari del 1973, tenuto conto delle successive svalutazioni sia della moneta statunitense che della lira, fanno, in lire attuali, qualcosa come quattordicimila miliardi.

Si impongono allora delle domande alle quali occorre fornire delle risposte:

1°) dove trovò, il gruppo Sindona-Marcinkus-Calvi, i capitali sufficienti per effettuare investimenti di quella portata?

2°) chi fu a garantire, e in base a quali garanzie, il gigantesco movimento di 14.000 miliardi (in lire attuali) effettuato da Sindona nelle operazioni sui cambi tra il 1970 e il 1973?

3°) quali furono le protezioni politiche che consentirono a Sindona e soci così incredibili capacità e possibilità di manovra?

Domande logiche e inquietanti, se si considera che, a quell’epoca, come lo stesso Sindona ha dovuto ammettere in un suo libro finora circolato solo in bozza (titolo provvisorio “Money, money, money”: capitolo 20°), gli istituti di credito italiani del banchiere siciliano disponevano di un capitale complessivo di appena dieci milioni di dollari.

Sindona e  la  DC

Cominciamo allora a rispondere per quanto riguarda le protezioni politiche. Abbiamo già detto dei rapporti di stretta amicizia e di affari che legavano Sindona al mondo della finanza e soprattutto ai potenti ambienti politici degli Stati Uniti, in virtù dei quali il banchiere siciliano veniva annoverato tra i più fidati sostenitori del Presidente Nixon.

Per quanto riguarda l’Italia, invece, è fuori dubbio che gli agganci politici, e le protezioni, Sindona li ebbe quasi esclusivamente con la Democrazia Cristiana. In cambio di sostanziosi e continui finanziamenti.

E a questo proposito, è sufficiente riferirsi a quanto documentato e affermato nelle relazioni, di maggioranza e di minoranza, con le quali si concluse la “Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul caso Sindona e sulle responsabilità politiche ed amministrative ad esso eventualmente connesse”. Relazioni raccolte in un volume edito dalla Camera dei Deputati e dal Senato della Repubblica (Doc. XXIII, n. 2 sexies, VIII Legislatura) ma che finora non sono mai state discusse dal Parlamento benché siano state comunicate alle Presidenze delle Camere già dal 24 marzo del 1982.

In queste relazioni sono documentati non solo le sovvenzioni mensili di 15 milioni, ma soprattutto il finanziamento di due miliardi (12 miliardi attuali) alla DC nell’aprile del 1974, nonché tutto quel complesso di operazioni che, attraverso la persona dell’avvocato Raffaello Scarpitti, mandatario della segreteria amministrativa della DC, portarono al partito di maggioranza relativa altre centinaia di milioni, di allora.

Si legge alle pagine 63-65 della “Relazione Sindona”: «In ordine alla origine della operazione (finanziamento di due miliardi: n.d.r.) i protagonisti della vicenda hanno ricostruito gli eventi nei termini che qui di seguito si riportano. L’avvocato Scarpitti, nell’ultima delle dichiarazioni rese al giudice istruttore del tribunale di Milano (18 marzo 1981), ha esplicitamente attribuito all’incontro diretto tra Sindona e l’onorevole Fanfani il carattere determinante nella conclusione della operazione. Dinanzi alla Commissione, Scarpitti ha precisato che Sindona, dopo

che l’onorevole Micheli (segretario amministrativo della DC: n.d.r.) gli aveva rappresentato le necessità di cassa del partito, si era riservato di decidere e aveva chiesto un colloquio con il senatore Fanfani. Dopo tale colloquio, ha soggiunto il teste, Micheli, che non vi aveva peraltro partecipato, ebbe a comunicargli che sarebbero stati erogati alla democrazia cristiana due miliardi di lire…

«L’onorevole Micheli ha sostenuto di avere restituito personalmente i due miliardi in contanti a Sindona, senza la presenza di altre persone, nella sede della democrazia cristiana in piazza del Gesù, all’incirca due o tre mesi dopo l’erogazione del prestito. I fondi per la restituzione erano stati raccolti da amici, da estimatori e da operatori economici che in quel momento potevano finanziare la DC…

«A loro volta, tanto il senatore Fanfani quanto l’avvocato Scarpitti hanno affermato di avere saputo dall’onorevole Micheli che questi aveva restituito le somme in precedenza erogate da Sindona.

«Al contrario, Pier Sandro Magnoni (genero di Sindona: n.d.r.) ha asserito di avere saputo da Sindona che i due miliardi non erano stati restituiti».

Ancora  a proposito dei  finanziamenti alla  DC, a  pag.  445:

«Questo  rapporto  organico  con  la democrazia  cristiana  comincia  a delinearsi, almeno secondo le risultanze dell’inchiesta, verso la fine del 1972 e l’inizio del 1973 e si consolida nell’anno 1974, vale a dire durante la segreteria politica del senatore Fanfani (dal 18 giugno 1973 al 24 luglio 1975). È Fanfani che, alla fine del 1973, incontra Sindona per ringraziarlo del versamento mensile di 15 milioni di lire a favore del partito; è Fanfani che tratta o almeno conclude, il “prestito” dei due miliardi. Egli ha tentato di liberarsi della paternità politica di questi rapporti, scaricandone la responsabilità sul segretario amministrativo Micheli. Ma è lo stesso Bucciante, molto opportunamente, ad avvisarlo che non può ripararsi in tali questioni dietro il fragile schermo della separazione interna tra le funzioni amministrative e quelle politiche.

Un rapporto finanziario così organico e strutturato tra partito di governo e gruppo sindoniano non poteva non assumere di per sé valore politico e quindi non poteva essere deciso (e a volte neppure gestito) dal solo segretario amministrativo.

«È lo stesso Bucciante, uomo di fiducia di Fanfani, a smentire l’ex segretario della democrazia cristiana. Fanfani era a tal punto incerto sulla restituzione a Sindona dei due miliardi che disse a Bucciante: facciamo una colletta pur di restituire questo denaro.

«A questo  punto  alcune  valutazioni  generali  si  impongono.

Al di là di alcune incertezze istruttorie, è risultato incontestabilmente che esisteva un sistema di finanziamenti ripetuti, erogati a vario titolo dal gruppo sindoniano a favore della democrazia cristiana…».

Sindona e Andreotti

Per quanto riguarda poi i rapporti tra Sindona e i principali esponenti della Democrazia Cristiana, ecco che cosa dice, nella “Relazione Sindona”, un capitolo particolarmente significativo dedicato all’onorevole Giulio Andreotti (pag. 367 e seguenti):

«Andreotti è sicuramente l’uomo politico che ha avuto, prima e dopo il crack, maggiori contatti con Sindona. Dobbiamo quindi chiederci innanzi tutto quale sia stato il rapporto fra i due. È indubbio che Andreotti abbia costituito il punto politico di riferimento principale per Sindona. Come ebbe a dichiarare Pontello (riferendosi ad Andreotti nell’audizione dell’I 1 marzo 1981): “Fin dal momento in cui fui addetto al quarto piano, all’ufficio di presidenza di Sindona, mi resi conto ed ebbi personale conferma da Sindona e da Magnoni, assistendo anche a telefonate, che l’uomo politico legato al gruppo e su cui il gruppo contava era l’onorevole Andreotti, il quale faceva conto su Sindona, sul suo gruppo e sugli strumenti a disposizione di quest’ultimo, le banche italiane e la Franklin, nel quadro dei suoi disegni politici”.

«Per quanto riguarda più specificamente le vicende successive al crack della banca, l’avvocato Strina dichiarerà (audizione del 2 dicembre 1981): “Per quanto riguarda specificamente a chi potesse pensare di rivolgersi il dottor Sindona, quando diceva di dover ottenere un mutamento di situazione anche sul piano politico, certamente in primo luogo pensava all’onorevole Andreotti”.

«Una fonte ancora più diretta, il genero di Sindona, Pier Sandro Magnoni, afferma addirittura in una lettera ad Andreotti dell’8 novembre 1973: “La mia profonda impressione su quanto Ella ha voluto suggerirmi riguardo alla strategia che il nostro gruppo vuole seguire in Italia, mi autorizza a pensare di avere noi, se mi consente, un sincero amico in Lei e un formidabile esperto con cui poter concordare di volta in volta le decisioni più importanti…”.

«Lo stesso Sindona sarà ancora più esplicito in una lettera del 28 settembre 1976, indirizzata direttamente ad Andreotti: “Illustre e caro Presidente, nel momento più difficile della mia vita sento il bisogno di rivolgermi direttamente a Lei per ringraziarLa dei rinnovati sentimenti di stima che Ella ha recentemente manifestato e per esporLe, proprio in considerazione dell’interessamento che Lei ha mostrato alle mie note vicende, la drammatica situazione in cui mi sono venuto a trovare”. «Andreotti del resto ha esplicitamente ammesso che fino al 1974 aveva stima di Sindona… Il rapporto Andreotti-Sindona è quindi stato un rapporto particolarmente stretto, e anche un rapporto di stima, almeno fino al 1974. E, come ci dice la lettera di Sindona del 1976, tale rapporto di amicizia e di stima è proseguito anche dopo».

Abbiamo trascritto con una certa ampiezza quanto documentato nella relazione della “Commissione Parlamentare sul caso Sindona” circa i rapporti esistiti tra l’onorevole Giulio Andreotti e il banchiere siciliano, perché il nome del noto esponente democristiano è destinato ad emergere molto spesso negli sviluppi della presente relazione sulle vicende della Loggia di Licio Gelli.