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Licio Gelli, la P2 e i collegamenti con l’eversione nera

Gli intrecci tra il venerabile maestro Licio Gelli e le organizzazioni eversive di estrema destra. Dalla relazione finale della Commissione P2

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Capitolo III sezione II: i collegamenti con l’eversione nera. Un intera e sostanziosa sezione della relazione finale della commissione P2 è dedicata ai contatti eversivi intrattenuti da Licio Gelli con le organizzazioni eversive di matrice nera.

D’altro canto, Gelli si è sempre professato come uomo di destra. In una delle ultime interviste rilasciate affermò testualmente “sono nato fascista e morirò fascista”. Era quindi inevitabile che il venerabile, nel suo percorso politico-intellettuale, andasse a intrecciare contatti con l’eversione nera per realizzare il suo disegno politico – criminoso.

Una pagina di storia recente richiamata in diversi processi e pagine di giornali: vicende criminali, il Golpe Borghese, atti di destabilizzazione e disinformazione, le stragi e la strategia della tensione. Fatti sui quali ricadde l’ombra pidduista e che divennero oggetto di una intensa indagine da parte della commissione P2.

Si riporta integralmente, l’intero testo contenuto nella relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 relativa ai contatti avuti da Licio Gelli con le organizzazioni criminali di estrema destra. Il brano riprodotto inizia a pagina 87 del documento digitalizzato originale, reperibile nell’archivio del Senato della Repubblica Italiana.

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Licio Gelli, la P2 e i collegamenti con l’eversione nera

Il periodo che corre tra il 1970 e il 1974 registra la proliferazione di movimenti extraparlamentari, la nascita di sempre nuove organizzazioni eversive paramilitari o terroristiche, la moltiplicazione di gravi delitti politici — secondo forme affatto nuove per il Paese — la rinnovata virulenza della malavita comune e delle sue organizzazioni criminali. Sono questi gli avvenimenti che formano il quadro entro cui si sviluppa quella che venne definita la « strategia della tensione », favorita dalla crisi economica e dalla crescente instabilità del quadro politico.

Quegli anni, oltre ad essere caratterizzati, come abbiamo già visto, dall’intensa opera di politicizzazione della loggia svolta da Licio Gelli, si contraddistinguono anche per i collegamenti che ci è consentito di identificare tra Licio Gelli, la Loggia P2, suoi qualificati esponenti ed il complesso mondo dell’eversione nera.

Dal materiale in possesso della Commissione si trae infatti la ragionata convinzione, condivisa peraltro da organi giudiziari, che la Loggia P2 attraverso il suo capo o suoi esponenti (le cui iniziative non possono considerarsi sempre soltanto a titolo personale) si collega più volte con gruppi ed organizzazioni eversive, incitandoli e favorendoli nei loro propositi criminosi con una azione che mirava ad inserirsi in quelle aree secondo un disegno politico proprio, da non identificare con le finalità, più o meno esplicite, che quelle forze e quei gruppi ponevano al loro operato.

Al fine di procedere ad una lettura politica di queste relazioni e di questi collegamenti è d’uopo individuare entro la vasta mole di materiale documentale — peraltro ampiamente incompleto: né altrimenti poteva essere, in considerazione della vastità dell’argomento — che alla Commissione è pervenuto, alcuni episodi che si ritengono più significativi ai fini della nostra indagine, secondo il metodo di analisi espresso nell’introduzione al presente lavoro.

Prima tra tali situazioni nelle quali appare sicuramente documentato un coinvolgimento significativo di Licio Gelli e di uomini della loggia, è il cosiddetto golpe Borghese, attuato nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, sotto la spinta degli esponenti oltranzisti del Fronte Nazionale, i quali avevano da ultimo prevalso all’interno dell’organizzazione. La vicenda ha registrato un lungo e non facile iter processuale, concluso con sentenza passata in giudicato, sul cui esito non è qui il caso di entrare, perché ai fini che a noi interessano quel che più preme è porre l’accento su alcuni aspetti sicuramente documentati che suffragano l’ipotesi prospettata della collusione esistente tra esponenti della loggia con questa situazione eversiva, tale da consentire una valutazione attendibile del rilievo concreto che tali contatti ebbero a rivestire.

E’ così dato rilevare prima di tutto come molti dei personaggi che nel golpe ebbero un ruolo non secondario appartengano alla Loggia P2 o alla massoneria: così infatti troviamo tra gli attori di quella vicenda Vito Miceli, Duilio Fanali, Sandro Saccucci (da più fonti indicato come appartenente alla massoneria) assieme ad altri imputati del golpe quali Lo Vecchio, Casero, De Jorio, che tutti figurano nelle liste di Castiglion Fibocchi. Altre fonti poi riconducono alla massoneria sia Salvatore Drago, accusato di aver disegnato la pianta del Ministero dell’interno, sia il costruttore Remo Orlandini, che l’ispettore Santillo, nella sua terza nota informativa, indica più specificamente come appartenente alla Loggia P2. Questo primo dato di palese riscontro è suffragato da ulteriori testimonianze, anche documentali, dalle quali si evince come ambienti massonici si fossero posti in posizione di collateralità o fiancheggiamento con i gruppi che al Borghese facevano capo. Esplicita in questo senso la lettera di Gavino Matta (comunione di Piazza del Gesù) al principe Borghese: « Caro Comandante, debbo comunicarle che la Loggia non intende assecondare la sua iniziativa, essendo per principio fondamentalmente contraria ai metodi violenti. Con la presente, pertanto, vengo autorizzato ad annullare ogni precedente intesa… ».

Questi elementi di indubbio riscontro fanno da cornice a situazioni di più puntuale incisività in ordine al ruolo che due personaggi quali Licio Gelli ed il Direttore del SID, Vito Miceli, ebbero a ricoprire durante e dopo il golpe. Come noto, punto cruciale di quella vicenda fu l’inopinato, per gli esecutori, arresto delle operazioni già avviate: Orlandini, stretto collaboratore del Borghese, dirà che non poca fatica gli costò correre ai ripari per fermare quei gruppi che già erano entrati in azione. Lo sconcerto provocato tra i congiurati da quella improvvisa inversione di marcia è del resto ben testimoniato dalla reazione di Sandro Saccucci, che poche settimane dopo ebbe ad esprimere l’auspicio che il responsabile venisse « preso », distinguendo nella vicenda la posizione dei golpisti da quella di « altre piccole manichette, più o meno in divisa ». Numerose comunque sono le testimonianze dalle quali si evince la convinzione diffusa tra quanti avevano a vario titolo preso parte all’operazione « che qualcosa non aveva funzionato », o, come affermò Mario Rosa, stretto collaboratore di Borghese «… è la valvola di testa che non ha concorso a quello che doveva concorrere … ».

Recentemente alcune deposizioni di appartenenti agli ambienti dell’eversione nera consentono di indirizzare l’attenzione direttamente su Licio Gelli in relazione al contrordine operativo che paralizzò l’azione insurrezionale. Si hanno infatti testimonianze secondo le quali il Venerabile era ritenuto elemento determinante nel contrordine: tale il convincimento di Fabio De Felice, il quale ne fece parte ad un giovane adepto, Paolo Aleandri, che poi provvide a mettere in contatto con Licio Gelli. L’incarico era quello di tenere i contatti tra questi e l’avvocato De Jorio, allora latitante a Montecarlo; e in tale veste l’Aleandri ebbe numerosi incontri con Licio Gelli, che si sarebbe prodigato per « alleggerire » la posizione processuale degli imputati. Le deposizioni dell’Aleandri — che trovano conferma in quelle di altri elementi quali Calore, Sordi, Primicino — hanno il pregio di fornire la prova del contatto diretto tra Licio Gelli e quegli ambienti, aggiungendo un riscontro preciso alle considerazioni generali già espresse. È stato altresì testimoniato che Licio Gelli teneva il contatto con ufficiali dei carabinieri, e certo è che tra i congiurati era diffusa l’opinione che ambienti militari sostenevano o quanto meno tolleravano l’operazione. Certo, il Borghese si esprimeva nel suo proclama con decisione: « Le Forze Armate sono con noi ».

A loro volta questi elementi ben si inquadrano nel contesto di una serie di deposizioni dalle quali emerge come la generazione immediatamente successiva a quella direttamente coinvolta nel golpe Borghese vedeva nel Gelli l’espressione di ambienti « che in forma più o meno palese venivano contattati, però non con l’esplicita richiesta di aderire ad un golpe, quanto per avvicinarli a posizioni che implicassero un loro consenso per una svolta autoritaria o comunque per una democrazia forte ». Tale almeno l’interpretazione di Fabio De Felice. Sta di fatto che nell’analisi che questa generazione forniva di quegli eventi si assumeva che un’opera di strumentalizzazione fosse poi stata messa in atto proprio dal Gelli e da coloro che gli erano vicino. Per tali considerazioni venne prospettata persino l’eventualità di eliminare fisicamente il Venerabile della Loggia P2, segno questo che la presenza di Gelli in quegli ambienti aveva assunto un rilievo non secondario, incidendo sulla loro operatività con conseguenze che venivano valutate come deleterie per l’organizzazione.

Accanto alla figura di Licio Gelli, un altro elemento di spicco nell’analisi di questa vicenda è costituito dal generale Vito Miceli, Direttore del SID dal 1970 al 1974. In proposito quello che a noi interessa è rilevare come sia accertata l’esistenza di contatti tra il generale Aliceli, allora nella sua veste di capo del SIOS, Orlandini e Borghese, contatti da far risalire al 1969. Tali eventi si accompagnano significativamente alla sua nomina al vertice dei Servizi, che il Gelli si vantò, come sappiamo, di aver favorito e che precede di poco il tentativo insurrezionale guidato dal principe nero.

Contatti aveva altresì il generale Miceli con Lino Salvini, al quale aveva consentito di mettersi in contatto con lui sotto lo pseudonimo di « dottor Firenze ».

Questi dati, unitariamente considerati, vanno letti in parallelo con la successiva inerzia del generale nei confronti delle indagini sul Fronte Nazionale, condotte dal Reparto D guidato dal generale Maletti. Con questi il Miceli entrò poi in contrasto, avendo richiesto

lo scioglimento del nucleo operativo facente capo al capitano La Bruna; e va a tal proposito sottolineata la svalutazione che il direttore del SID faceva dei risultati investigativi raggiunti sul golpe, come non mancò di esternare all’onorevole Andreotti e all’ammiraglio Henke.

Gli elementi conoscitivi indicati, che non esauriscono di certo una situazione oggetto di una contrastata vicenda giudiziaria, debbono essere a questo punto del discorso inquadrati nell’ambito delle considerazioni alle quali siamo pervenuti analizzando il rapporto tra Gelli ed i Servizi segreti. Il dato relativo all’appartenenza di Licio Gelli a quegli ambienti va considerato alla luce delle successive attività che vedono il Venerabile impegnato a venire in soccorso degli imputati, svolgendo un’azione che si muove significativamente in perfetta sintonia con la documentata inerzia del Direttore del SID. Il minimo che si possa dire è che questi non sembra aver seguito con particolare accanimento le indagini sul Fronte Nazionale, pur avendo avuto contatti diretti con i suoi massimi dirigenti.

Contatti che peraltro egli aveva giustificato proprio con la necessità di acquisire informazioni, nella sua veste di dirigente di apparati informativi. È del pari in tale prospettiva che vanno valutate sia le diffuse convinzioni maturate nell’ambiente golpista sul ruolo di Licio Gelli, quale cerniera di raccordo con gli ambienti militari che il risentimento maturato per il fallimento dell’operazione.

Come si vede, anche muovendo da questa situazione l’analisi ci conduce alla figura di Licio Gelli, al suo ruolo di elemento intrinseco ai Servizi, come del resto riteneva il De Felice, ma soprattutto alla individuazione della Loggia P2 come struttura nella quale ed attraverso la quale si intrecciano rapporti e si stabiliscono collegamenti la cui ortodossia lascia ampi margini di dubbio, anche accedendo alla più benevola delle valutazioni.

Elementi di estremo interesse ai nostri fini emergono poi dalla inchiesta condotta dal giudice Tamburino di Padova sul movimento denominato «Rosa dei Venti», nel quale troviamo la presenza di uomini iscritti al « Raggruppamento Gelli », secondo quanto affermato dall’ispettore Santillo nelle sue note informative. Venivano in tali documenti considerati come appartenenti all’organizzazione gelliana il generale Ricci, Alberto Ambesi e Francesco Donini. L’inchiesta sulla « Rosa dei Venti » si segnala peraltro alla nostra attenzione per due testimonianze raccolte dal giudice patavino che rivestono per noi un sicuro interesse se poste in relazione ad altri elementi conoscitivi emersi nel corso del nostro lavoro.

Va ricordato in primo luogo che il giornalista Giorgio Zicari ha testimoniato di aver collaborato con l’Arma dei carabinieri e con i Servizi segreti, entrando in contatto nel 1970 con Carlo Fumagalli e Gaetano Orlando, elementi di spicco del gruppo dei MAR, ed ottenendo da costoro informazioni per i detti apparati investigativi. Quando nel 1974 lo Zicari venne riservatamente convocato dal giudice Tamburino, gli accadde di ricevere nel giro di poche ore l’invito ad un colloquio con il generale Palumbo nel corso del quale l’alto ufficiale ebbe ad esprimersi nei seguenti termini: « … il tema centrale fu che io non dovevo parlare, che poteva succedermi qualcosa, dei fastidi, che io avevo tutto da perdere dalla vicenda, che i magistrati stavano tentando di sostituirsi allo Stato riempendo un vuoto di potere, che non si sapeva che cosa il giudice Tamburino volesse cercare, che non ero obbligato a testimoniare… ».

Questa iniziativa del generale Palumbo viene a collocarsi in modo preciso a sostegno della già ricordata osservazione del generale Dalla Chiesa sulla collaborazione non particolarmente motivata degli ambienti della divisione Pastrengo nell’azione che il generale conduceva contro il terrorismo. Va altresì rilevato che l’atteggiamento del generale Palumbo riporta alla nostra attenzione il tipo di risposta che l’ammiraglio Casardi, Direttore del SID, forniva ai giudici che indagavano sulla strage dell’Italicus quando si rivolsero al Servizio per ottenere notizie su Licio Gelli, ottenendo un rinvio alle notizie apparse sulla stampa.

Sempre nel corso del 1974 il giudice Tamburino raccolse alcuni riferimenti testimoniali sul cosiddetto « SID parallelo », il cui procedimento si chiuse infine con la richiesta di archiviazione formulata dal Procuratore della Repubblica di Roma, accolta dal giudice istruttore in data 22 febbraio 1980. E di particolare interesse nel contesto di tali deposizioni quanto ebbe a dichiarare il generale Siro Rosseti, uscito nel 1974 dalla Loggia P2 in posizione polemica nei confronti di Licio Gelli. L’alto ufficiale in ordine al problema dell’esistenza di un’organizzazione parallela ai Servizi affermò: « …la mia esperienza mi consente di affermare che sarebbe assurdo che tutto ciò non esistesse … » ed ancora « … a mio avviso l’organizzazione è tale e talmente vasta da avere capacità operative nel campo politico, militare, della finanza, dell’alta delinquenza organizzata … ». Questa descrizione letta oggi sulla base delle conoscenze acquisite in ordine alla Loggia P2, non può non porsi per noi quale motivo di seria riflessione, soprattutto quando si ponga mente alla sua provenienza da parte di un elemento che conosceva la loggia direttamente dall’interno e che professionalmente si occupava di servizi di informazione.

Passando ad altro argomento di ben più impegnativo rilievo, ricordiamo che i gruppi estremistici toscani compirono parecchi degli attentati (specialmente ai treni) che funestarono l’Italia tra il 1969 e il 1975. Il generale Bittoni (P2), comandante la brigata dei Carabinieri di Firenze, iniziò a svolgere indagini, cercando di dare impulso all’inchiesta e di coordinare le ricerche dei comandi di Perugia e di Arezzo. L’impegno degli ufficiali aretini si rivelò, peraltro, del tutto insufficiente, come ebbe a lamentare lo stesso Bittoni e come risulta dalle deposizioni dei sottufficiali.

Rilevato come ben due degli ufficiali superiori del comando di Arezzo incaricati delle indagini facessero parte della Loggia P2 (uno di essi parlò della relativa iscrizione come di una « necessità ») e che Gelli rivolse al generale Bittoni discorsi sufficientemente equivoci da provocarne una accesa reazione, non sembra azzardato mettere in rapporto di causa ed effetto l’infiltrazione della Loggia nell’Arma e l’insufficienza dell’indagine. A questo si aggiunga che analoga situazione si verificava per la questura della stessa città, essendosi potuta accertare l’iscrizione alla Loggia non solo di due dei suoi funzionari, ma addirittura del questore pro tempore.

Anche in tal caso appare legittimo mettere in rapporto di causa ed effetto il fenomeno di infiltrazione piduista con disfunzioni « mirate »: così, ad esempio, nel caso della informativa su Gelli e Marsili e sui rapporti del primo con il gruppo Sogno e Carmelo Spagnuolo, richiesta dal giudice istruttore di Torino alla questura di Arezzo e mai ottenuta.

Fu rinvenuta, però, tra le carte di Castiglion Fibocchi copia dello scritto anonimo che aveva sollecitato alla richiesta i giudici torinesi: il Venerabile era stato quindi tempestivamente informato ed aveva potuto predisporre le sue difese. In definitiva, sembra potersi concludere sul punto che le infiltrazioni piduistiche ad Arezzo nella Polizia e nei Carabinieri (ed il sospetto di infiltrazione anche nella magistratura, come si vedrà in seguito) servirono in quegli anni a conferire al Gelli un’aura di intangibilità, lasciandogli mano libera per tutte le proprie – non certo lecite -attività.

Un discorso a parte merita, poi, la strage perpetrata con la collocazione di un ordigno esplosivo sul treno Italicus, ordigno esploso nella notte fra il 3 ed il 4 agosto 1974.

I fatti relativi sono stati già giudicati in primo grado dalla corte d’assise di Bologna con sentenza assolutoria dubitativa che, pur se non passata in cosa giudicata, costituisce per la Commissione doveroso — anche se non esclusivo — punto di riferimento.

Le istruttorie di una Commissione di inchiesta e quelle dell’autorità giudiziaria penale hanno infatti la comune caratteristica di utilizzare prove storiche e prove critiche per giungere, attraverso un processo logico esternato di libero convincimento, a determinate conclusioni. Gli elementi differenziali riguardano invece l’oggetto e lo scopo dell’indagine. Quanto al primo occorre rilevare che la giustizia penale ha come limite di accertamento realtà oggettivate od oggettivabili, mentre la Commissione parlamentare può (e deve) tener conto anche di più soggettive emergenze come modi di pensare, opinioni e convincimenti diffusi (1).

Quanto al secondo appare evidente che, mentre la giustizia penale ha un compito di accertamento strumentale rispetto ad affermazioni di responsabilità personali, la Commissione ha invece quello di un accertamento funzionalizzato ad un più puntuale futuro esercizio dell’attività legislativa, e in esso vi è dunque spazio per affermazioni di responsabilità che siano di tipo morale o politico, secondo la natura propria dell’istituto.

Tanto doverosamente premesso ed anticipando le conclusioni dell’analisi che ci si appresta a svolgere, si può affermare che gli accertamenti compiuti dai giudici bolognesi, così come sono stati base per una sentenza assolutoria per non sufficientemente provate responsabilità personali degli imputati, costituiscono altresì base quanto mai solida, quando vengano integrati con ulteriori elementi in possesso della Commissione, per affermare:

  1. che la strage dell’Italicus è ascrivibile ad una organizzazione terroristica di ispirazione neofascista o neonazista operante in Toscana;
  2. che la Loggia P2 svolse opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra extraparlamentare toscana;
  3. che la Loggia P2 è quindi gravemente coinvolta nella strage dell’Italicus e può ritenersene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale.

Gioverà a tal fine riportarsi direttamente agli accertamenti giudiziari. Già nella sentenza-ordinanza bolognese di rinvio a giudizio (14.4.1980) si leggeva: « Dati, fatti e circostanze autorizzano l’interprete a fondatamente ritenere essere quella istituzione (la Loggia P2 n.d.r.), all’epoca degli eventi considerati, il più dotato arsenale di pericolosi e validi strumenti di eversione politica e morale: e ciò in incontestabile contrasto con le proclamate finalità statutarie dell’istituzione ».

Più puntualmente nella sentenza assolutoria d’Assise 20.7.1983 – 19.3.1984 si legge (i numeri tra parentesi indicano le pagine del testo dattiloscritto della sentenza): « (182) A giudizio delle parti civili, gli attuali imputati, membri dell’Ordine Nero, avrebbero eseguito la strage in quanto ispirati, armati e finanziati dalla massoneria, che dell’eversione e del terrorismo di destra si sarebbe avvalsa, nell’ambito della cosiddetta ” strategia della tensione ” del paese creando anche i presupposti per un eventuale colpo di Stato. La tesi di cui sopra ha invero trovato nel processo, soprattutto con riferimento alla ben nota Loggia massonica P2, gravi e sconcertanti riscontri, pur dovendosi riconoscere una sostanziale insufficienza degli elementi di prova acquisiti sia in ordine all’addebitalità della strage a Tuti Mario e compagni, sia circa la loro appartenenza ad Ordine Nero e sia quanto alla ricorrenza di un vero e proprio concorso di elementi massonici nel delitto per cui è processato ».

Significativamente, poi, si precisa in proposito: « (183-184) Peraltro risulta adeguatamente dimostrato:

a) come la Loggia P2, e per essa il suo capo Gelli Lioio (dapprima ” delegato ” dal Gran Maestro della famiglia massonica di Palazzo Giustiniani, poi — dal dicembre 1971 — segretario organizzativo della Loggia, quindi — dal maggio 1975 — Maestro Venerabile della stessa), nutrissero evidenti propensioni al golpismo;

b) come tale formazione aiutasse e finanziasse non solo esponenti della destra parlamentare (all’udienza in data 27. 10. 1982 il generale Rosseti Siro, già tesoriere della Loggia, ha ricordato come quest’ultima avesse, tra l’altro, sovvenzionato la campagna elettorale del ” fratello ” ammiraglio Birindelli), ma anche giovani della destra extraparlamentare, quanto meno di Arezzo (ove risiedeva appunto il Gelli);

c) come esponenti non identificati della massoneria avessero offerto alla dirigenza di Ordine Nuovo la cospicua cifra di L. 50 milioni al dichiarato scopo di finanziare il giornale del movimento (vedansi sul punto le deposizioni di Marco Affatigato, il quale ha specificato essere stata tale offerta declinata da Clemente Graziani);

d) come nel periodo ottobre-novembre 1972 un sedicente massone della ” Loggia del Gesù ” (si ricordi che a Roma, in Piazza del Gesù, aveva sede un’importante ” famiglia massonica ” poi fusasi con quella di Palazzo Giustiniani), alla guida di un’auto azzurra targata Arezzo, avesse cercato di spingere gli ordinovisti di Lucca a compiere atti di terrorismo, promettendo a Tornei e ad Affatigato armi, esplosivi ed una sovvenzione di L. 500.000 ».

Aggiunge significativamente il magistrato: « appare quanto meno estremamente probabile » — si legge a pag. 193 — « che anche tale fantomatico massone appartenesse alla Loggia P2 ».

La conclusione, su questo punto corre — significativamente — come segue: « (194) Peraltro tali importanti dati storici non sembrano ulteriormente elaborabili ai fini della costruzione di una indiscutibile prova di colpevolezza dei prevenuti circa la strage del treno Italicus ».

La statuizione — che non spetta alla Commissione valutare — appare ispirata al principio di personalità della responsabilità penale ed a quello di presunzione di innocenza: letta in controluce e con riferimento alla responsabilità storico-politica delle organizzazioni che stanno dietro agli esecutori essa suona ad indiscutibile condanna della Loggia P2. Una condanna rafforzata dalle enunciazioni contenute nella prima parte della sentenza ove si esterna il convincimento del giudice sulla matrice ideologica ed organizzativa dell’attentato, una matrice ovviamente irrilevante in sede penale finché non si individuino mandanti, organizzatori od esecutori ma preziosa in questa sede.

Scrivono ancora, infatti, i giudici bolognesi: « (13-14) Premesso doversi ritenere manifesta la natura politica dell’orrendo crimine di che trattasi (anche in assenza di inequivoche rivendicazioni), data la natura dell’obiettivo colpito e la gravità delle prevedibili conseguenze della strage sul piano della pacifica convivenza civile (fortunatamente poi risultate assai modeste per la ” tenuta ” della collettività) e dato l’inserimento dell’attentato in un contesto di analoghi crimini politici verificatisi in Italia negli anni 1974-1975 (si pensi alla strage di Piazza della Loggia ed alle bombe di ” Ordine Nero “) »; ed ancora: « (15) è pacifica l’immediata ascrivibilità del fatto ad un’organizazzione terroristica che intendeva creare insicurezza generale, lacerazioni sociali, disordini violenti e comunque (nell’ottica della cosiddetta ” strategia della tensione “) predisporre il terreno adatto per interventi traumatici, interruttivi della normale, fisiologica e pacifica evoluzione della vita politica del Paese.

«Ebbene, non è dubbio che, nel variegato quadro delle organizzazioni terroristiche operanti in Italia negli anni in cui fu eseguito il crimine al nostro esame, l’impiego delle bombe e la loro collocazione preferenziale su obiettivi ” ferroviari ” caratterizzasse, usualmente, gruppi di ispirazione neofascista e neonazista (si ricordino gli attentati sulla linea ferroviaria Roma – Reggio Calabria in occasione dei disordini di Reggio Calabria e dei successivi raduni, il mancato attentato in cui venne ferito Nico Azzi, l’attentato di Vaiano, rivendicato dalle Brigate Popolari Ordine Nuovo, gli attentati dicembre 1974 gennaio 1975, per cui furono condannati dalla corte di assise di Arezzo proprio Tuti e Franci) e che fra tali gruppi debba annoverarsi come già vivo e vitale, nell’agosto 1974, quello ricomprendente Tuti e Franci ».

Concludono peraltro malinconicamente i giudici bolognesi con la constatazione di un limite invalicabile alla loro indagine, costituito dal fatto che « l’imputazione riguarda solo esecutori materiali e non, ahimé, lontani mandanti ».

Già tanto potrebbe bastare per legittimare le conclusioni sopra anticipate. A ciò si aggiunga che sospetti di protezione dell’ultradestra eversiva gravano su ben individuati uffici della magistratura aretina. Persino la sentenza di Bologna (pag. 191) ne riferisce confermando il convincimento degli eversori neri di poter contare sull’importante protezione di un magistrato affiliato ad una potentissima loggia massonica, e risultano agli atti dichiarazioni assai gravi relative ad autorizzazioni di intercettazioni telefoniche non concesse ed ordini di cattura non emessi (1). Il dato — al di là di responsabilità individuali su cui non è questa la sede per disquisire — è dimostrativo di una di quelle « opinioni » o « stati d’animo » significativi -— fondati o meno che siano — che legittimamente una commissione d’inchiesta accerta e da cui altrettanto legittimamente trae motivi di convincimento.

Le affermazioni dei giudici competenti vanno adesso riportate alle conoscenze proprie della Commissione ed in particolare a due dati di conoscenza emersi con particolare significato in questa relazione. Il primo è che la pista della Loggia P2 e di Licio Gelli fu seguita in fase istruttoria dai magistrati bolognesi che indagavano sulla strage dell’Italicus e che chiesero notizie in proposito al SID: il Servizio, che, come ben messo in risalto in altra parte della relazione, era assai più che documentato in proposito, altra risposta non fornì se non quella, già ricordata, di nulla sapere riportandosi a quanto diffuso dalla stampa (2).

Secondo elemento di estremo interesse è quello riguardante i rapporti fra l’Ispettorato antiterrorismo ed i già ricordati ambienti della magistratura aretina. Il commissario De Francesco che, per incarico di Santillo, seguiva la pista piduistica di Arezzo, in stretta collaborazione con i magistrati bolognesi, ebbe uno scontro violentissimo con un magistrato aretino che lo accusò — convocandolo in questura nel cuore della notte — di violare il segreto istruttorio (3). L’incidente, che comprometteva in loco i rapporti tra magistratura e polizia, condusse al richiamo a Roma del commissario De Francesco da parte di Santillo per ordine superiore (cfr. deposizione del De Francesco al dott. Persico 9-6-1981), con conseguente accantonamento di una « pista » pur così sagacemente fiutata dal capo dell’antiterrorismo.

Non è difficile vedere sulla base degli elementi sinora riportati come le considerazioni svolte dai giudici bolognesi si pongano in piena armonia con le conclusioni alle quali il presente lavoro è pervenuto in altra sezione. Non è chi non veda infatti che, ricondotte ad un singolo episodio concreto quale quello in esame, le affermazioni prima argomentate trovano puntuale conferma. Emerge infatti che in primo luogo venne dai Servizi negata ai giudici bolognesi la conoscenza delle notizie su Licio Gelli che essi detenevano e che nei loro confronti venne attivato quel cordone sanitario informativo, le cui ragioni abbiamo prima individuato, e che adesso vediamo operante nei confronti del giudice inquirente che indagava sul caso dell’Italicus. Appare in secondo luogo che il filone investigativo Gelli-Loggia P2 venne anche in questo caso specifico individuato dall’unico apparato investigativo — l’ispettore Santillo — che autonomamente arrivò ad intuire il valore di questa organizzazione e del suo capo perseguendola con costanza nel tempo.

Quanto sopra esposto ci mostra che, alla certezza raggiunta dai giudici bolognesi sul coinvolgimento piduista nella strage dell’Italicus attraverso prove storiche, si aggiungono i risultati ai quali la Commissione è pervenuta attraverso prove critiche tutte gravi, precise, concordanti e che quella certezza già acquisita, quindi, corroborano ed arricchiscono di particolari.

Nel periodo compreso tra la fine del 1973 ed il marzo del 1974 viene ad evidenziarsi un’altra iniziativa nella quale si trovano coinvolti uomini risultati iscritti alla P2 o indicati, nella più volte ricordata relazione Santillo del 1976, come aderenti alla stessa quali Edgardo Sogno, Remo Orlandini, Salvatore Drago e Ugo Ricci.

Dai documenti in nostro possesso si può avanzare l’ipotesi che il gruppo facente capo a Sogno, pur non ignorando le iniziative più tipicamente eversive, abbia sviluppato sin dalla fine degli anni sessanta, per proseguire nella prima metà degli anni settanta, una linea più legalitaria, che però muove sempre dalle premesse di un grave pericolo delle istituzioni provocato dagli opposti estremismi e dalla incapacità delle forze politiche di farvi fronte. Tale linea quindi si pone gli obiettivi di realizzare riforme anche costituzionali e mutamenti degli equilibri politici al fine di dare vita ad un governo forte e capace di resistere alle minacce incombenti sul paese. Possono citarsi in questo contesto la costituzione dei Comitati di resistenza democratica sorti nel 1971 per iniziativa di Edgardo Sogno e le proposte avanzate nei periodici Resistenza democratica e Progetto 80. Quello che più interessa ai fini della nostra indagine è che la complessa tematica legata al gruppo Sogno, le proposte di riforme costituzionali avanzate, come pure, in parte, la strategia adottata, rivelano punti di contatto con il Piano di rinascita democratica e la strategia di Gelli dopo il 1974.

Ricordiamo infine che nella busta « Riservata personale » che Gelli custodiva a Castiglion Fibocchi era custodita copia di un anonimo, per il quale ci fu richiesta di informativa su Gelli inviata alla questura di Arezzo nel marzo del 1975 dal giudice Violante che indagava sulla eversione di destra. Nell’anonimo leggiamo tra l’altro: «Il Gelli sembra inoltre collegato al gruppo Sogno e ad altri ambienti che fanno capo all’ex procuratore Spagnuolo oltre che ad ambienti finanziari internazionali ».

Un’ultima notazione sul delitto del giudice Occorsio, il quale avrebbe iniziato ad investigare sui possibili collegamenti tra l’Anonima sequestri ed ambienti massonici ed ambienti dell’eversione. Tale almeno fu la confidenza che Occorsio fece ad un giornalista il giorno prima di essere ucciso. Per quanto a nostra conoscenza il questore Cioppa, iscritto alla Loggia P2, ha dichiarato alla Commissione di aver incontrato Licio Gelli nell’anticamera del giudice Occorsio, due giorni prima dell’omicidio del magistrato. L’esito dell’istruttoria relativa esclude collegamenti tra la Loggia P2 ed il delitto; rimane peraltro da spiegare per quale motivo il giudice avesse convocato il Gelli, secondo il dato in nostro possesso.

Considerazioni conclusive

Abbiamo elencato i punti di contatto che si possono fissare, sulla scorta dei nostri atti, tra Licio Gelli, la Loggia P2 e gli ambienti della destra eversiva: quelle fasce al margine, o meglio al di fuori del sistema politico legale, raggruppate sotto una variegata quantità di formule, la cui azione caratterizza la prima metà degli anni settanta, con iniziative di portata traumatica in ordine alle quali dobbiamo purtroppo constatare come ben poche siano le certezze acquisite. I processi che su questi eventi si sono celebrati, o non sono ancora conclusi, pure a distanza di tempo, o hanno portato a sentenze che non consentono di arricchire sostanzialmente il quadro conoscitivo di dati certi dai quali muovere. Il nostro compito è quindi quello di portare al dibattito su questi fenomeni il contributo delle nostre conoscenze specifiche, cercando il possibile collegamento con quanto risulta noto, al fine di verificare la validità delle nostre tesi.

La prima constatazione riguarda la coincidenza riscontrabile tra il periodo politico così contraddistinto e la prima fase politica e organizzativa della Loggia P2. Risalta alla nostra attenzione, con evidente parallelismo, che il tono dei discorsi che si tengono nella loggia è in armonia, per quanto ci viene dai documenti (1), con questo contesto politico esterno di propositi ed azioni. Ancor più rilevante, ai nostri fini, è poi constatare, che quando nella seconda metà degli anni settanta il pericolo dell’eversione nera si avvia a scemare d’intensità, muta in parallelo il livello organizzativo e la composizione personale della loggia, considerata sotto il profilo qualitativo delle adesioni. La loggia in doppio petto degli Ortolani e dei Calvi, caratteristica della seconda fase, ben si accompagna da un lato con la sostanziale attenuazione del pericolo nero e dall’altro con la fase politica che interviene in Italia dopo il 1976, Secondo la ricostruzione che proporremo nel capitolo seguente.

Riportandoci all’analisi della storia organizzativa della Loggia P2 ci è dato riscontrare che quelle che abbiamo delineato come due fasi organizzative di spiccata caratterizzazione, coincidono sostanzialmente con due periodi della vita nazionale da un punto di vista polìtico sufficientemente individuati ed il cui discrimine si pone a cavallo della metà degli anni settanta: nel 1974 viene raggiunto infatti l’apice della strategia della tensione, nel 1976 si registra il risultato elettorale che inaugura le stagioni politiche della solidarietà nazionale.

Ponendo mente a queste coordinate di riferimento dobbiamo allora sottolineare che il 1974 è un anno fondamentale non solo nella vita del Paese ma anche nella vicenda organizzativa della Loggia Propaganda, poiché è questo l’anno che si chiude con il voto della Gran Loggia di Napoli, nella quale viene sancita la demolizione della Loggia P2. Il punto che in proposito deve sollecitare l’attenzione dell’interprete è che tale deliberazione non segue ad alcuna particolare attività nota all’interno della famiglia massonica; al contrario la relazione annuale del Grande Oratore (Ermenegildo Benedetti, appartenente al gruppo dei cosiddetti « massoni democratici ») svolta nel 1973, nel corso della quale erano state pesantemente denunciate le deviazioni politiche della Loggia P2, era praticamente caduta nel vuoto non provocando alcuna reazione nella comunione giustinianea. Non è dunque ad essa che dobbiamo riportarci per trovare la causa scatenante delle decisioni assunte nella Gran Loggia di Napoli che interviene invece, non preceduta direttamente da alcun evento interno, l’anno successivo, ovvero l’anno che registra nel maggio la strage di Piazza della Loggia e nell’agosto la strage dell’Italicus.

Quell’anno Licio Gelli aveva inviato ai suoi affiliati una lettera su carta intestata « Centro Studi di Storia Contemporanea », nella quale, secondo la ben nota tecnica gelliana più volte documentata, è dato individuare, calato nelle abituali banalità, un messaggio politico ben preciso accompagnato da una affermazione che non può non destare l’attenzione dell’osservatore:

 « Con il nostro buon senso, con la nostra vocazione alla libertà, dobbiamo sperare che le opposte tendenze, tutte per altro incluse nell’arco democratico-costituzionale, trovino finalmente un terreno di intesa e di incontro al fine di dare l’avvio alla esecuzione e alla programmazione di una azione intesa a conseguire una vera pace sociale, ad un autentico atto di pacificazione politica ».

 «Non è allarmisticamente che si prevede una estate veramente calda, direi scottante per una notevole quantità di problemi estremamente impegnativi ».

Questa affermazione letta alla luce delle conoscenze in nostro possesso, ovvero alla riscontrata specularità tra vicende politiche e fasi organizzative della Loggia P2, al ricordato risveglio di interesse di apparati investigativi nei confronti di Lcio Gelli che cade proprio nel 1974 (1), alla citata « demolizione » votata dalla Gran Loggia di Napoli, viene ad acquisire un significato ben diverso da quello di innocue lamentazioni sulle disfunzioni del sistema come a prima vista potrebbe apparire.

Ci troviamo, infatti, di fronte ad un concordante quadro di elementi conoscitivi che tutti si armonizzano tra loro in univoco senso: quello di denunciare un legame tra quelle attività eversive e Licio Gelli, poiché se una coincidenza è non solo possibile ma probabile, una serie di coincidenze come quella denunciata è piuttosto indicativa di un rapporto di connessione e di causalità. Ed è di conforto alla nostra ipotesi constatare che tale collegamento venne individuato o comunque presentito sia all’interno che all’esterno della comunione massonica e che la sua individuazione non fu poi senza conseguenze, poiché all’interno della massoneria si avviò da quel momento quel processo di ristrutturazione che valse a rendere definitivamente ancor più segreta la Loggia e ad espellere dalla comunione i cosiddetti « massoni democratici ».

Quanto agli ambienti esterni abbiamo ricordato il destino non favorevole nel quale incorsero gli ufficiali della Guardia di Finanza che avevano lavorato alle informative, ed abbiamo anche alzato un velo di dubbio sugli esiti della carriera dell’ispettore Santillo che, adesso sappiamo, era responsabile agli occhi di Gelli non solo delle tre note già commentate, ma dell’accanimento con il quale aveva seguito la pista individuata, tramite l’ispettore De Francesco. Notiamo che terza autorità costituita ad individuare un collegamento Gelli-eversione nera, sarebbe stato il giudice Occorsio che comunque andò incontro ad un tragico destino: una coincidenza questa, e non certo la prima nella nostra storia, che riteniamo comunque doveroso, con piena autonomia di giudizio, sottolineare.

Quello che ci chiediamo allora è se Licio Gelli e la sua loggia siano in tutto identificabili con situazioni che si ponevano decisamente al di fuori del sistema democratico e comunque quale tipo di rapporto avessero stabilito con tali realtà. Certo è che la connotazione nera di Gelli e della sua loggia è quella consegnata all’iconografia ufficiale, per la quale non si è mai mancato di insistere sui trascorsi fascisti e repubblichini del Venerabile: questa almeno era l’immagine che di lui ampiamente publicizzava la stampa durante quegli anni, prima che Gelli e la sua organizzazione provvedessero a costituirsi quella radicale mimetizzazione che abbiamo studiato nel primo capitolo.

Ma che questa non sia la vera o per lo meno l’unica chiave di lettura del fenomeno ci viene offerto dall’osservare la trasformazione intervenuta nella seconda fase della Loggia P2, che alla luce di un attento studio del fenomeno verrà a dimostrarsi in realtà come una accorta operazione di adeguamento, all’insegna della continuità, alla situazione politica mutata.

Vedremo infatti come Licio Gelli non abbia difficoltà a dismettere i panni del fascista quando di essi non avverte più la necessità in ragione del cambiamento dei tempi e del succedersi delle fasi politiche. Il Gelli che si muove all’insegna del piano di rinascita democratica e che in quel contesto controlla il Corriere della Sera — non interferendo con la linea d’appoggio alla politica di solidarietà nazionale — è pur sempre lo stesso Gelli che nel verbale di riunione di loggia del 1971 identificava il nemico da battere in un’area di forze definite « clerico-comunismo ». In quella riunione nella quale era stata messa al bando la filosofia », si erano tenuti discorsi che, se per molti versi anticipano nel contenuto il piano di rinascita democratica, peraltro si situano in un contesto politico marcatamente diverso da quello nel quale il piano verrà a collocarsi.

Ma per comprendere allora se e quale interpretazione unitaria si possa dare a questi dati è forse opportuno entrare, sia pure per un istante, nella logica del sistema di potere gelliano e, « messa al bando la filosofia », cercare di vedere i fatti e gli avvenimenti, al di là del loro primo apparente significato.

A tal fine riprendiamo lo spunto relativo al golpe Borghese per notare come il colpo di Stato al quale il principe nero tramava, non manca di presentare alcuni aspetti di sorprendente anacronismo. Vogliamo cioè fare riferimento a quel che di vagamente ottocentesco che il piano nel suo insieme lascia trasparire nella sua ideazione, fondata come è su un’analisi politica a dir poco approssimativa, come quando ignora il peso che nel sistema hanno partiti e sindacati e trascura la loro capacità di mobilitazione in tempo reale di vaste masse di cittadini. Pensare di fronteggiare una situazione quale di certo sarebbe ipotizzabile in una simile deprecata evenienza con un proclama letto alla radio sembra a dir poco superficiale.

Come altresì si mostra superficiale il piano nei suoi risvolti attuativi, tra i quali gioca un ruolo decisivo il famoso contrordine, sulla cui paternità sappiamo quali dubbi esistano e quali possibili riferimenti ci conducano a Licio Gelli o a persone a lui vicine. Questo contrordine rappresenta per noi molto più che un banale disguido attuativo, quale sembra a prima vista, perché in realtà si cela in esso la chiave di lettura politica di tutta l’operazione. Una operazione che nella mente di chi stava dietro le quinte mirava più all’effetto politico che il golpe tentato poteva provocare in termini di reazione presso l’opinione pubblica e la classe politica, che non al reale conseguimento di una conquista del potere, che il piano poteva garantire solo ai pochi e non molto provveduti congiurati che si esposero in prima persona. Per contro quando si pensi al giustificato clamore che l’evento suscitò all’epoca — e che solo adesso, nella prospettiva storica, è possibile ridimensionare — non sembra un forzare l’interpretazione affermare che il colpo di Stato tentato e non consumato, esperì comunque i suoi sperati effetti politici alternativi: in altri termini se il piano operativamente fallì, politicamente per qualcuno fu un successo perché pose sul tappeto come possibile realtà l’ipotesi che in Italia esistevano forze ed ambienti pronti ad un simile passo. Ponendoci allora ad un livello di analisi meno approssimativo, non possiamo non rilevare che la consistenza concreta, in termini politici, del golpe Borghese appare di poco maggiore, secondo una evidente analogia, di quella del governo sostenuto dai militari e presieduto da Carmelo Spagnuolo, del quale si discusse nella riunione a Villa Wanda del 1973.

Le considerazioni sulle quali ci siamo dilungati ci pongono il problema se dai rilievi proposti emergano elementi tali che consentano di suffragare una interpretazione dei fenomeni allo studio che rivesta connotati di verosimiglianza politica. È chiaro per altro che il problema viene adesso a centrarsi prendendo le mosse dai due episodi citati sulla cosiddetta strategia della tensione e sul suo reale significato, ed è problema che correttamente si pone nei termini di accertare quale sia stato il disegno politico sotteso agli eventi.

Si tratta, come si vede, di argomento di vasta portata che trascende l’indagine specifica assegnata alla Commissione, la quale peraltro è in grado di contribuire al relativo dibattito in sede politica e storica, ad esso prestando il patrimonio di dati e di conoscenze che le è proprio. Possiamo allora rilevare che gli elementi conoscitivi in nostro possesso inducono a ritenere improbabile che Licio Gelli e gli uomini e gli ambienti dei quali egli era espressione si ponessero realisticamente l’obiettivo politico del ribaltamento del sistema, mentre assai più verosimile appare attribuire loro il progetto politico di un orientamento verso forme conservatrici di più spiccata tendenza.

Comprova questa interpretazione non solo l’esame delle testimonianze e dei documenti sinora ampiamente citati e che si pongono in una non interrotta linea di continuità, ma soprattutto, ed è questo patrimonio conoscitivo proprio della Commissione, lo studio di come gli stessi uomini si muovono in fasi politiche successive, di segno totalmente diverso: di come cioè adeguino tattiche e forme di intervento al mutare degli eventi. È la stessa diversità tra le due fasi della Loggia P2 che, correndo in parallelo, secondo la ricostruzione che la Commissione è in grado di fornire, alla diversità di periodo storico, ci testimonia la identità del fenomeno e la sua sostanziale continuità.

Se tutto ciò è vero, e tutto infatti ci conduce a questa analisi, non è azzardato allineare, accanto all’interpretazione più evidente dei fatti, un’altra ipotesi ricostruttiva di pari possibile accoglimento, che la prima non esclude: quella cioè che la politica di destabilizzazione — nella quale il Gelli ed i suoi accoliti si inserivano — mirava piuttosto, con paradossale ma coerente lucidità, alla stabilizzazione del sistema, su situazioni naturalmente di segno politico ben determinato.

Di  fatto la  realtà  politica che  si  delinea  alla  nostra attenzione che se certamente vi furono in quel periodo forze e gruppi che in modo autonomo si prefiggevano il ribaltamento del sistema democratico attraverso l’impiego di mezzi violenti, questa situazione di indubbia autonoma matrice da non sottovalutare, come ha sottolineato il Commissario Covatta, venne utilizzata da altre forze secondo un più sottile disegno politico.

Partendo dalla premessa del Commissario Battaglia che vi furono cioè certamente in quel periodo forze che aspiravano a destabilizzare per destabilizzare, la dialettica di rapporti che ci è dato individuare all’interno di questa articolata situazione consente la posizione di due affermazioni: la prima è che la Loggia P2 non è identificabile roro modo con gli ambienti eversivi, la seconda è che, proprio in ragione di tale distinzione, la diversa autonomia politica di questi ambienti ci consente di individuare un rapporto di strumentalizzazione che intercorre tra chi il sistema voleva soltanto condizionare e chi invece aspirava a rovesciare.

In questa prospettiva il Commissario Covatta ha sottolineato come costituisca un paradosso della politica clandestina la possibilità di essere più o meno consapevolmente utilizzata da altre strutture clandestine. Un collegamento questo tra quello che fu chiamato il « partito armato » e quello che l’onorevole Rodotà ha definito il « partito occulto » che sembra saldarsi all’insegna della necessità, secondo il pensiero del filosofo Norberto Bobbio (citato nel corso del dibattito) quando afferma: « dove c’è il potere segreto, c’è quasi come suo prodotto naturale, l’antipotere altrettanto segreto sotto forma di congiure e complotti, di cospirazioni. Accanto alla storia degli arcana dominationis si potrebbe scrivere con la stessa abbondanza di particolari, la storia degli arcana seditionis ».

Si comprende anche in questa linea come tracce di gellismo siano rintracciabili in eventi ben più drammatici che non il golpe Borghese: la strage dell’Italicus; anche in questo caso la cronologia ci viene in aiuto perché ci consente di constatare come le bombe della cellula eversiva toscana (è il 1974) segnino un sostanziale passaggio alle maniere forti. Un mutamento di tattica e di mezzi che possiamo comprendere quando si valuti come il paese e la classe politica avevano dimostrato, al di là di ogni residua illusione, di non cedere ai facili isterismi: chi voleva farli approdare verso lidi di più sicura conservazione doveva evidentemente rassegnarsi a ricorrere non a qualche spinta di orientamento ma a ben più robuste spallate.

Seguendo allora il solco della traccia argomentativa proposta sinora e dando come dato acquisito la compenetrazione ma non l’identificazione tra Loggia P2 ed ambienti eversivi, riusciamo a far combaciare con esatta simmetria le due facce della Loggia P2, perché la seconda trova origine nella prima e ad essa si collega con tutta coerenza. E una constatazione questa che appare politicamente accettabile quando si tenga conto che il quadro di riferimento generale, nel quale la logica della strategia della tensione si era inserita, aveva segnato uno sviluppo dal quale era uscita una risposta politica del tutto inaspettata: quella delle elezioni del 1975-1976. Si era così registrata una spinta a sinistra del quadro politico ed era maturata una situazione affatto nuova, tale da obbligare gli ambienti che gravitavano intorno alla loggia ad elaborare nuove e più sofisticate strategie.

Il Commissario Crucianelli ha sottolineato con dovizia di argomentazioni il valore politico cruciale degli eventi del 1974, già indicato precedentemente, rilevando che è proprio questo l’anno nel quale, oltre agli eventi citati, si registra lo scioglimento presso il Ministero dell’interno dell’Ufficio affari riservati, diretto dal prefetto D’Amato, presente negli elenchi della Loggia, l’avvio delle inchieste giudiziarie su Ordine Nuovo e su Avanguardia Nazionale, nonché il declino delle posizioni dei generali Miceli e Maletti.

Non è dato sapere con certezza se questo succedersi di eventi contrassegnò un momento di disgrazia delle sorti di Licio Gelli, ma se anche così fosse, certo è che, come abbiamo visto studiando la ristrutturazione della Loggia P2, a partire dal 1976 il Venerabile aretino appare saldamente sulla cresta dell’onda alla guida di una rinnovata organizzazione, strumento idoneo al formidabile sviluppo della seconda fase.