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La loggia P2, Licio Gelli e il golpe Borghese

La loggia P2, Licio Gelli e il golpe Borghese
La loggia P2, Licio Gelli e il golpe Borghese

Nella relazione di minoranza della commissione P2 dell’onorevole Giorgio Pisanò, al capitolo ottavo il deputato trae le conclusioni su una vicenda storica italiana inquietante. Si tratta del tentativo di colpo di stato tentato da Junio Valerio Borghese.

L’episodio è inquadrato nel contesto dei legami della loggia Propaganda 2 di Licio Gelli con l’eversione nera. La P2, Licio Gelli e il principe Borghese: i protagonisti di un tentativo estremo e violento di destabilizzazione repubblicana, il quale si svolse tutto in una notte e che prese il nome di Golpe Borghese.

Naturalmente, prima della notte in cui il blitz fu tentato ci furono dei retroscena. Essi sono stati oggetto di indagini da parte della commissione P2. L’onorevole Giorgio Pisanò convoglia nella sua relazione i retroscena di quell’episodio con un resoconto degli stessi avvenimenti.

Un interessante capitolo di storia che rende l’idea di come i primi decenni del dopoguerra furono momenti in cui forze destabilizzanti agirono in Italia, per prenderne il controllo. Tra queste, la loggia P2 di Licio Gelli che tirava le fila dei suoi piduisti. La domanda che si pone la commissione è il ruolo avuto dalla P2 di Gelli in quel tentativo di colpo di stato. Per la cronaca, il golpe Borghese iniziò ma non fu portato a termine. Quali ipotesi avanzare sull’intera vicenda?

Il brano riprodotto inizia a pagina 132 del documento digitalizzato originale, reperibile nell’archivio storico del Senato della Repubblica Italiana.

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Il  golpe Borghese

Su questo episodio, che si verificò nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, sono state condotte due istruttorie e celebrato un dibattimento di primo grado: l’appello si dovrebbe tenere nel prossimo autunno.

Sta di fatto che né di Gelli né della ” P2 ” si trova alcuna traccia nelle due istruttorie e nei verbali del primo dibattimento. Vero è che nelle liste della “P2″ sono compresi il colonnello Giuseppe Lo Vecchio, il generale Giuseppe Casero e l’avvocato Filippo De Jorio, tutti e tre coinvolti nel cosiddetto ” golpe ” Borghese e ancora imputati nel relativo processo.

Come  nasce  quindi  il collegamento  Gelli “golpe” ?

Si legge nella  relazione  di  maggioranza:

“In tempi recenti, a partire dal 1981, alcuni terroristi neri hanno rivelato ai magistrati collegamenti tra Licio Gelli ed elementi dell’eversione nera, anche in relazione al ” golpe ” Borghese. Di particolare interesse risultano essere per la Commissione gli interrogatori resi da Paolo Aleandri (” Costruiamo l’azione “), che hanno trovato conferma negli interrogatori resi da altri imputati per fatti di eversione: Calore, Sordi, Primicino. Aleandri sostiene di essere venuto a conoscenza da Alfredo De Felice, coinvolto nel “golpe”, di collegamenti tra i fratelli De Felice e Licio Gelli…

Aleandri afferma inoltre, in base alle considerazioni a lui fatte dai fratelli De Felice (in questo caso Fabio) che Gelli doveva essere stato parte del controordine dato durante l’esecuzione del  golpe …”.

Paolo Aleandri, nato a Poggio Mirteto il 22 maggio 1955, all’epoca del ” golpe ” aveva quindi appena quindici anni e non vi partecipò. Coinvolto verso la fine degli anni Settanta in organizzazioni eversive di estrema destra, e successivamente arrestato, decise di collaborare con la magistratura.

Ecco  che  cosa  ha  testimoniato  sul  ” golpe ”  Borghese  in  data 5 novembre 1981:

“Per quanto concerne i fratelli Alfredo e Fabio De Felice (Fabio De Felice era stato professore di Aleandri al liceo: n.d.r), posso dire, per averlo appreso da loro stessi, che essi parteciparono, sul piano ideativo e operativo, al cosiddetto ” golpe ” Borghese. In particolare mi risulta che Alfredo De Felice apprestò l’organizzazione del ” golpe ” mediante la diffusione della rivista ” Politica e Strategia ” di cui egli era sostanzialmente responsabile, mentre, formalmente, tale funzione era attribuita a Filippo De Jorio. Sempre nel quadro di questo tentativo insurrezionale, secondo quanto mi riferì Alfredo De Felice, il tramite necessario con alcuni ufficiali dei carabinieri, di cui non si fecero comunque nomi, avrebbe dovuto essere Licio Gelli. In realtà il Gelli era in rapporti con Alfredo De Felice. Non so precisare la natura di tali rapporti. Sta di fatto che, quando il De Felice partì per il Sud Africa, ebbe cura di presentarmi al Gelli, perché io potessi essere tramite tra loro due. In verità non so spiegarmi la necessità di tale tramite, ma certamente sulla iniziativa di De Felice dovette influire anche la prenrura nei miei confronti di farmi conoscere un personaggio importante. Avvenne così che ebbi diversi contatti col Gelli in occasione dei suoi soggiorni all’Excelsior di Roma. Il contenuto dei contatti non aveva nessuna ragione specifica e quindi erano sostanzialmente dovuti al desiderio di mantenere la relazione “.

Ed ecco il testo di una successiva deposizione resa in data 23 settembre 1982:

“Alle precise domande sull’avvocato De Jorio, Fabio De Felice, Gelli e Delle Chiaie, e su quanto io possa sapere sul ” golpe ” Borghese e su altri eventuali “golpe”, dichiaro che intendo rispondere, ma voglio precisare sin dall’inizio che io sono stato estraneo ai fatti, avvenuti quando avevo all’incirca quindici anni, e che nessuno mi ha fatto un discorso completo, preciso e specifico su esso “golpe” Borghese. Del resto io mai ho posto domande specifiche, ma solo globali, sul “golpe” Borghese. Sono cioè a conoscenza di alcuni fatti e di alcune circostanze che senz’altro riferirò, ma non sono al corrente di cose che mi permettano di riferire con compiutezza su come alcune persone si sono mosse all’interno del “golpe” stesso”.

Tutto qui. Da notare che il professor Fabio De Felice, citato con il fratello Alfredo come fonte delle notizie contenute nelle testimonianze rese dall’Aleandri, non è stato interrogato dalla Commissione, nonostante le richieste in tal senso avanzate ripetutamente dal firmatario della presente relazione.

Esiste comunque agli atti della Commissione una lettera inviata dal professor Fabio De Felice alla Presidente Anselmi dopo la divulgazione del testo della prerelazione, nella quale erano già contenutele affermazioni poi riportate nel testo definitivo della relazione.

Ne pubblichiamo i passi essenziali:

“Innanzi tutto debbo purtroppo constatare che la sua giusta e doverosa preoccupazione di evitare l’espressione di sommari giudizi che finirebbero per coinvolgere, con ingiusto danno, chi per tali vicende non porta responsabilità alcuna è stata nel mio caso totalmente disattesa. Infatti mi trovo nella condizione di vedere espresse sul mio conto valutazioni e affermate circostanze senza essere stato nemmeno da voi ascoltato, in evidente spregio di qualsiasi elementare principio di civiltà e di umanità e con manifesta disparità di trattamento rispetto ad altri ” personaggi ” inquisiti. Non mi è stato pertanto concesso in alcun modo di difendermi come ritengo sia mio diritto, anche in un giudizio politico, con gravissimo danno della mia posizione di imputato in attesa di giudizio per un reato associativo con due anni di carcerazione preventiva sulle spalle.”

“Il mio nome non è compreso nelle liste della P2″

Affermo senza tema di smentita di non avere mai conosciuto né visto il signor Gelli, né avevo motivo alcuno di farlo, neanche per parlare della salute del gatto.

Sono in grado di provare quanto dico come ho già fatto nel corso dell’istruttoria che mi riguarda.

” Sono in grado di provare quanto dico come ho già fatto nel corso dell’istruttoria che mi riguarda.”

“Nel capitolo terzo, parte terza, sezione I della prerelazione si afferma che ” di particolare interesse risultano essere per la Commissione gli interrogatori resi da Paolo Aleandri (” Costruiamo l’azione “), che hanno trovato conferma negli interrogatori resi da altri imputati per fatti di eversione, Calore, Sordi, Primicino “.

“È necessario chiarire che quanto affermato dal mio ex alunno liceale Paolo Aleandri non ha affatto riscontro nelle dichiarazioni degli altri indicati, in quanto è provato in modo inconfutabile che la loro fonte è l’Aleandri stesso, come risulta dalla documentazione processuale in mio possesso. Chiarissimo a questo proposito è l’interrogatorio reso al pubblico ministero Minna il 4 novembre 1982 dal Calore, il quale afferma di aver saputo che ” De Felice e Gelli avevano rapporti da diverso tempo perché l’Aleandri mi disse che De Felice eccetera… ». False nella loro globalità si sono rivelate le affermazioni sul mio conto fatte per sentito dire (ma la fonte originaria è sempre riconducibile ad Aleandri) dal Sordi come gli stessi pubblico ministero e giudice istruttore del processo che mi riguarda hanno dovuto dar atto…”

“Come si possa affermare nella prerelazione che Calore e Aleandri giudicarono assai negativamente il rapporto che si era stabilito tra Gelli e Fabio De Felice  supera ogni capacità di umana comprensione. Rapporto del quale oltretutto, al di là della nuda parola, ripetuta continuamente, nessuno è in grado di dire quali siano stati i contenuti concreti…”

“Mi rendo conto che compito precipuo della Commissione da lei presieduta è quello di formulare giudizi politici e non analitici su vicende più che decennali, però mi si dia atto che anche un giudizio politico non può prescindere da dati di fatto, da risconi tri oggettivi, da verifiche della attendibilità delle fonti”.

“Altrimenti, inseguendo le pseudo-ricostruzioni e razionalizzazioni a posteriori, che sono una delle più tipiche espressioni di una situazione patologica prodotta dalle leggi dell’emergenza perpetua, può accadere quello che in realtà è accaduto: presentare, come chiave interpretativa per la ricostruzione del percorso storico politico di un personaggio come Gelli e della sua Loggia, due momenti di strategia che caratterizzano gli anni Settanta come differenza tra Gelli prima maniera, che tratta direttamente con l’Aleandri, e il Gelli seconda maniera che discute in prima persona con i vertici delle forze dell’ordine: differenza tra la prima fase della Loggia ” P2 “, quando Gelli agisce fuori del sistema, e la seconda fase nella quale Gelli è ormai entrato negli apparati”.

“Dimenticando che l’Aleandri è nato il 22 maggio 1955. È davvero stupefacente che tutta una fase, quella della prima metà degli anni Settanta, sia caratterizzata dal rapporto tra il Gelli e un ragazzo di paese nel periodo in cui questi contava dai quindici ai venti anni “.

Inquadrato così il personaggio dell’Aleandri, e valutata l’attendibilità e l’importanza delle sue deposizioni non si può non rilevare come la relazione di maggioranza abbia dedicato pagine intere a questo testimone, dimenticandone però un altro, molto più attendibile, vuoi per motivi di età, vuoi perché quella notte del cosiddetto ” golpe ” si trovò a essere contemporaneamente protagonista e testimone di vicende che consentono di dare all’intero episodio una inquadratura ben diversa da quella offerta dal documento conclusivo della maggioranza.

Ci riferiamo al tenente colonnello Amos Spiazzi, 50 anni, che venne interrogato dalla Commissione il 25 novembre 1983. Non siamo ovviamente in grado di riportare il testo integrale della sua deposizione in questa sede. Ne faremo quindi un riassunto, integrando il racconto del colonnello Spiazzi con altri elementi desunti dalle istruttorie e dal processo sul “golpe”.

Per capire che cosa accadde veramente la notte dell’8 dicembre 1970, è necessario risalire agli anni Sessanta. Esistevano, a quell’epoca, varie ipotesi di impiego delle Forze Armate in previsione di gravi perturbamenti dell’ordine pubblico. In particolare, il piano articolato culminava con l’assunzione dei poteri da parte della autorità militare in presenza di situazioni particolarmente compromesse. La parte generale del piano prevedeva, a questo proposito, tre stati di progressivo aggravamento della situazione, denominati ” Adameilo “, ” Bernina ” e ” Cervino “.

Il piano, inoltre, prevedeva l’impiego dei reparti così come erano strutturati e comandati, non ipotizzando defezioni o sabotaggi di natura politica. Ma all’inizio del 1970, soprattutto in seguito alla strage di Piazza Fontana e al conseguente dilagare nel Paese di forti tensioni politiche, si sentì la necessità di impiegare, nel caso di interventi di emergenza, non più reparti al completo, ma reparti composti da elementi preventivamente selezionati: vale a dire uomini sicuramente avversi a ogni soluzione di sinistra.

In altre parole: in caso di emergenza, ogni reggimento avrebbe espresso un battaglione di pronto impiego, composto di ufficiali e soldati scelti in base al criterio dell’anticomunismo.

Operazione  Triangolo

Il piano, denominato ” Operazione Triangolo “, prevedeva naturalmente l’impiego dei reparti con gli organici ridotti agli elementi sicuri, su obiettivi già previsti. L’ordine poteva essere impartito sia sulla rete operativa (dalla Divisione al Reggimento, dal Reggimento al Battaglione), sia su quella territoriale (Comiliter-Zona-Presidio-Reparti).

Per tutto il 1970, l’Operazione Triangolo  fu al centro di studi, di esercitazioni, di preparazione specifica. I reparti così costituiti infatti, avevano ognuno un obiettivo preciso su cui indirizzarsi. Un obiettivo lontano, a volte, decine e decine di chilometri. Sta di fatto che, verso la fine dell’anno, l’Operazione Triangolo poteva contare su una struttura capace di entrare in azione da un momento all’altro.

Si giunse così ai primi giorni del dicembre 1970, quando si verificarono alcuni episodi sui quali, nonostante siano trascorsi 14 anni, non è mai stata fatta luce piena.

In quei giorni, infatti, il principe Junio Valerio Borghese, già comandante in guerra della Decima Flottiglia MAS, che aveva costituito una formazione politica detta “Fronte Nazionale “, ricevette dal consigliere regionale democristiano avvocato Filippo De Jorio, legatissimo all’onorevole Giulio Andreotti, il suggerimento di organizzare una massiccia manifestazione contro il maresciallo Tito del quale era stata annunciata una visita in Italia.

L’avvocato De Jorio, in quel periodo, era presidente di un “Ufficio Alti Studi Strategici », che aveva sede nel ministero della Difesa, ed era in stretto collegamento con i dirigenti delle nostre Forze Armate.

È comunque certo che l’organizzazione della manifestazione anti Tito fu lo schermo dietro il quale Borghese, sempre su pressione e suggerimento di De Jorio, mise a disposizione la sua struttura e i suoi uomini, in vista di un’azione ben più impegnativa. In poche parole: gli uomini di Borghese avrebbero dovuto partecipare, quale componente politica, ad un’operazione governativa su scala nazionale con il pieno appoggio delle Forze Armate. Operazione che si sarebbe dovuta concludere con l’avvento al potere di uomini e gruppi decisamente anticomunisti.

Data  dell’operazione: l’8 dicembre  1970.

Valerio Borghese non sospettò il tranello che gli stavano tendendo e organizzò, per quanto gli competeva nel piano operativo, i suoi adepti che, divisi in gruppi armati, avrebbero dovuto scattare all’attacco degli obiettivi prestabiliti nel momento in cui anche le Forze Armate, inquadrate nell’ ” Operazione Triangolo “, fossero giunte nei settori loro assegnati.

Borghese, da uomo leale abituato a credere in chi gli si diceva amico, non aveva capito che a lui e ai suoi uomini era stata assegnata la parte del ” provocatore “, nel quadro di una manovra essenzialmente politica che opponeva gruppi di potere democristiani ad altri gruppi democristiani.

Una volta scattata l’operazione, infatti, gli uomini di Borghese sarebbero stati aggrediti da ogni parte e annientati come “golpisti neri “, mentre l’autore di questo inganno avrebbe così potuto presentarsi come “salvatore della Patria e della democrazia”, e conquistare preminenti posizioni politiche.

Così, la sera dell’8 dicembre 1970, alle 21, mentre Borghese concentrava i suoi uomini in una palestra, ed altri gruppi penetravano addirittura nel recinto del ministero dell’interno con la complicità ben calcolata di alcuni grossi personaggi che stavano al gioco, giunse a  tutti  i  reparti  militari  l’ordine: “attuate  l’esigenza  Triangolo “. Prima  sulla  rete  operativa  e  poi  su  quella territoriale.

Intanto, nelle ore del pomeriggio di quell’8 dicembre, la Capitale era stata teatro di episodi che, rivisti oggi alla luce di quanto il colonnello Spiazzi ha raccontato in Commissione, acquistano un significato ben preciso. Tanto per cominciare, verso l’imbrunire Roma venne circondata da una rete di posti di blocco dell’Arma dei carabinieri, che avevano però l’ordine di non ostacolare assolutamente alcun movimento di truppe per quanto fosse sospetto, né di procedere al sequestro di eventuali carichi di armi e munizioni che fossero passati sotto i loro occhi.

Ed è certo che nelle prime ore della sera, giunsero a Roma, provenienti anche dal Nord, e specificamente dalla Liguria, camioncini pieni di armamento leggero e giovani che indossavano abusivamente la divisa dei carabinieri.

Nell’armeria  del  Viminale.

Poi si ebbe l’episodio, già noto, ma mai abbastanza chiarito, della occupazione dell’armeria del Viminale, sede del ministero dell’Interno, da parte di gruppi organizzati di “Avanguardia Nazionale “, l’organizzazione di pseudo-destra comandata da Stefano Delle Chiaie che era già allora alle dipendenze dell’ ” Ufficio Affari Riservati ” del ministero stesso. Ufficio diretto dal dottor Federico Umberto D’Amato, un personaggio-chiave della recente storia italiana, che siamo costretti a citare continuamente in questa relazione.

Si spiega così come mai gli uomini di Delle Chiaie poterono penetrare indisturbati nella vigilatissima armeria del ministero dell’Interno. Il fatto è che questi elementi dovevano, quella notte, agire in maniera del tutto autonoma rispetto sia al ” Fronte Nazionale ” di Borghese, sia alle truppe regolari della ” Operazione Triangolo “.

A loro erano stati affidati compiti particolari che, ancora oggi, non sono stati pienamente chiariti, grazie anche al silenzio e all’omertà che, da allora, nessuno dei protagonisti ha mai osato rompere.

Ma sta di fatto, per esempio, che alcuni uomini di Delle Chiaie avevano il compito, appena scattata l’operazione, di andare a fare la pelle al capo della polizia Vicari. Non sappiamo bene per conto di chi, e nel quadro di quali vendette: certo è che questi uomini raggiunsero il quartiere abitato da Vicari. Ma sbagliarono portone e salirono tutti su un ascensore che, per il peso eccessivo, si bloccò. Così i ” giustizieri ” restarono dentro l’ascensore fino al mattino seguente, e, quando tornarono in strada, si resero conto che durante la notte non si era verificato alcun colpo di Stato. Così nascosero le armi e ognuno andò a farsi una dormita.

Ma come fu possibile agli uomini di Delle Chiaie, detto “er Caccola”, poter penetrare nell’armeria del Viminale ? Molto semplice: grazie alla complicità di alti funzionari del ministero e della polizia che erano perfettamente al corrente dell’operazione in corso (a cominciare dal dottor Federico D’Amato e dall’ex capitano di pubblica sicurezza Capanna). Operazione, lo ripetiamo, che non doveva sfociare in realtà in un ” golpe ” anticomunista, come era stato fatto credere a Borghese e ai suoi uomini, ma in una resa di conti tra opposti gruppi democristiani.

Torniamo  ora  alle  ore  21  di  quell’ 8 dicembre.

In quei minuti, la manovra è stata avviata. Le Forze Armate hanno ricevuto l’ordine di attuare l’esigenza Triangolo  e si stanno muovendo. Valerio Borghese e i suoi uomini sono riuniti in alcuni punti strategici e stanno per scattare sugli obiettivi assegnati: il primo dei quali è la sede della RAI-TV, dalla quale il capo del ” Fronte Nazionale” dovrà rivolgere subito un appello al popolo. Delle Chiaie e i suoi adepti sono ancora nel recinto del ministero dell’Interno e si preparano ad uscirne, divisi in squadre, ognuna con il suo compito terroristico da eseguire.

E veniamo alle Forze Armate. Furono decine e decine, quella notte, i reparti che si mossero, per un totale di molte migliaia tra ufficiali e soldati. E quasi tutti, fatte salve rarissime eccezioni, credettero (e non ebbero poi occasione di dubitarne) di partecipare ad una normale esercitazione. Ma presso gli alti comandi del nostro esercito debbono essere rimaste tracce abbondanti degli spostamenti effettuati quella notte, su allarme, da interi reparti in pieno assetto di guerra, munizioni comprese. E qualcuno deve spiegare perché la Operazione Triangolo scattò proprio la notte dell’8 dicembre 1970, mentre a Roma, e attorno a Roma, stavano accadendo tante cose strane.

Il colonnello Spiazzi, per esempio, aveva l’ordine di portarsi con la sua batteria da Verona alla periferia di Sesto San Giovanni, presso Milano. E così fece. Così come quel reparto della Forestale che si mosse da Città di Castello, al comando del colonnello Berti, per andare a “occupare la RAI-TV” e che, invece, tornò indietro sotto una pioggia torrenziale, senza avere combinato niente.

Intanto gli uomini del “Fronte Nazionale” del principe Borghese, concentrati quasi tutti nella palestra di via Eleniana, attendevano l’ordine di occupare gli obiettivi prestabiliti, mentre migliaia di uomini delle Forze Armate, coinvolti a loro insaputa in questa avventura, stavano dirigendosi in pieno assetto di guerra verso località previste.

Erano queste le truppe regolari che il principe Borghese, in base ad accordi da lui presi ad alto livello politico, attendeva di vedere in azione per procedere alle mosse successive. Ma dopo le 21, qualcosa venne ad inceppare il meccanismo del “colpo di Stato” così come l’aveva concepito Borghese dietro sollecitazione di forze politiche democristiane, che gli avevano fatto balenare la possibilità di un governo forte, decisamente orientato in senso anticomunista.

Ordine di smobilitazione

Diciamo subito che la ricostruzione di quanto avvenne a partire dalle ore 21, fino al momento in cui, tra le 24 e l’una successiva, il principe Borghese smobilitò tutta l’organizzazione, non è stata ancora totalmente effettuata, grazie soprattutto alle due istruttorie condotte sulla vicenda dall’allorà sostituto procuratore della Repubblica Claudio Vitalone, legatissimo a Giulio Andreotti. Due istruttorie condotte essenzialmente con l’obiettivo di soffocare completamente la verità dei fatti.

Si è solamente a conoscenza che la segnalazione a Valerio Borghese che qualcosa non quadrava esattamente nello svolgimento dell’ Operazione Triangolo, ormai in corso di attuazione, venne verso le 23 da un ufficiale molto addentro ai meccanismi del SID e dell’apparato militare, il tenente colonnello Giuseppe Condò. Questi, che era al corrente del piano, si accorse, ad un certo momento, che l’ordine ” esigenza Triangolo “, in base al quale le truppe erano state messe in allarme e quindi avviate verso gli obiettivi prestabiliti, non era partito dei comandi che, secondo le regole, erano investiti di questi poteri, ma da un ufficio del SID.

Si accorse inoltre che l’Arma dei carabinieri aveva spostato dei reparti in base a criteri che con Ll’Operazione Triangolo non avevano molto a che vedere. Così si rese conto che le truppe in movimento, anziché agire, come riteneva Borghese, in favore del colpo di Stato, stavano invece manovrando con obiettivi addirittura opposti.

Sta di fatto che verso l’una del 9 dicembre, Valerio Borghese diede improvvisamente l’ordine di smobilitazione e mandò tutti a casa. Poco più tardi anche le truppe impegnate nella Operazione Triangolo ricevettero l’ordine di rientrare nelle rispettive basi. Fino qui il racconto del colonnello Spiazzi.

La decisione presa da Borghese scatenò violenti reazioni, specie nel corso di una convulsa riunione che si tenne nella sede del “Fronte Nazionale” in via XXI Aprile. E provocò anche delle iniziative che determinarono non poche preoccupazioni in quei settori del ministero dell’Interno compromessi con le vicende che stiamo raccontando.

Temendo infatti di restare successivamente incastrati giudiziariamente per avere partecipato al tentativo di “golpe”, alcuni degli uomini di Delle Chiaie che avevano occupato l’armeria del Viminale, al momento di andarsene, si impossessarono di alcuni mitra con relative munizioni. Lo scopo di tale iniziativa era quello di ricattare, avendo il possesso delle armi, tutti coloro che, dall’interno del Viminale (funzionari, ufficiali di PS, agenti), avevano favorito l’operazione.

E così accadde. Coloro che si erano impossessati delle armi non vennero infatti perseguiti e i mitra, ancora oggi, sono quasi tutti ben nascosti.

Una ulteriore prova che quella notte Valerio Borghese e i suoi uomini dovevano solo ricoprire, a loro insaputa, il ruolo dei “golpisti ” destinati ad essere sopraffatti e sconfitti da truppe regolari messe in allarme da qualche alto esponente politico, trovò conferma negli avvenimenti successivi.

Del “golpe”, infatti, sul momento e nelle settimane successive, nessuno fece parola. Eppure, si era giunti all’occupazione dell’armeria del Viminale e alla mobilitazione di migliaia di soldati in assetto di guerra.

Se ne parlò invece solo tre mesi dopo, quando i comunisti, venuti a conoscenza di qualche particolare, si scatenarono gridando al ” golpe “. Allora la magistratura si mosse. O meglio, fece finta di muoversi. Ci furono degli arresti tra i dirigenti del ” Fronte Nazionale “, ma Borghese, avvertito in tempo, potè espatriare e riparare in Spagna. E l’inchiesta si concluse con un niente di fatto. Ma è sintomatico che il pubblico ministero che insabbiò tutto fosse Claudio Vitalone, notoriamente legato a filo doppio con Giulio Andreotti e premiato poi, per questa sua fedeltà, con l’elezione a senatore nel 1979 e nel 1983.

Passarono così altri quattro anni, nel corso dei quali del “golpe” Borghese si parlò molto poco. Ma nel 1974 morì in Spagna l’unico personaggio che sapeva veramente tutto: Valerio Borghese. E allora, chiusa dalla morte l’unica bocca che poteva inchiodare alle loro responsabilità tanti uomini in vista, ecco rispuntare Claudio Vitalone con una nuova inchiesta sul “golpe”.

Inchiesta che, questa volta, si concluse con una serie di rinvii a giudizio, avendo molta cura però di non affondare troppo le indagini sui veri retroscena di quella notte del dicembre 1970. Anzi, facendo di tutto perché i retroscena restassero accuratamente nascosti.

Ebbene, di tutto quanto abbiamo raccontato sulla base della testimonianza del colonnello Spiazzi e degli incartamenti processuali sul ” golpe ” Borghese, nella relazione di maggioranza non si trova quasi nessuna traccia, A Spiazzi vengono dedicate solo sei fumose righe, senza alcun riferimento alla sua deposizione alla Commissione. Eppure Spiazzi fu molto esplicito, in quell’occasione, nel dichiarare che, secondo quanto gli risultava fino da allora, il “golpe” Borghese doveva scattare nel quadro di un piano politico manovrato dall’onorevole Andreotti.

E a proposito di Andreotti, è veramente sintomatico, nonché indicativo di un profondo imbarazzo, l’evidente impegno messo dai relatori di maggioranza per evitare qualunque riferimento diretto al noto esponente democristiano che invece, in questa storia della ” P2 ” e vicende collegate, salta sempre fuori da ogni parte.